Fin dagli esordi, [lessness] è stato molto più di un semplice progetto musicale. Dietro il nome scelto da Luigi Segnana si nasconde infatti un dialogo costante con la letteratura, con il linguaggio e con quelle forme espressive che provano a raccontare le zone più ambigue dell’esperienza umana. Se la superficie è fatta di synth, ritmiche elettroniche e atmosfere notturne, il cuore del progetto continua a battere attorno a interrogativi esistenziali, strutture narrative circolari e a una ricerca del significato che preferisce l’evocazione alla dichiarazione.
Con Movida, questo percorso si fa ancora più consapevole. L’influenza di Samuel Beckett non si limita a una suggestione estetica, ma diventa un vero e proprio metodo compositivo: la ripetizione come strumento di scavo, il vuoto come elemento espressivo, il silenzio come parte integrante del racconto. Accanto a Beckett, emergono anche gli insegnamenti di Raymond Carver, nella ricerca dell’essenzialità, e di Franz Kafka, nella capacità di trasformare l’assurdo quotidiano in un’esperienza universale.
Nel corso di questa intervista abbiamo provato a esplorare il modo in cui letteratura e musica possono ancora dialogare per dare forma a ciò che spesso sfugge alle parole.
Scopri il disco: https://bfan.link/movida-2

Il nome [lessness] accompagna il tuo progetto da anni, ma oggi, alla luce di Movida, senti che il legame con Beckett abbia assunto nuovi significati?
Il legame con Beckett è strutturale — non è una citazione, è un modo di pensare. Movida ha approfondito quel rapporto più che modificarlo. La prosa permutata di Beckett, le strutture che si ripetono e si deformano alla ricerca di un significato che si intravede ma non si afferra mai del tutto, sono ancora il modello a cui mi ispiro — sia nella scrittura dei testi che nella costruzione degli arrangiamenti. Se c’è una novità in Movida è forse una maggiore consapevolezza: ho capito ancora più chiaramente che il senso non va dichiarato, va evocato. Che il significato più profondo non si dice — si fa sentire. Beckett lo sapeva da sempre. Io ci sto ancora lavorando.
La ripetizione è un elemento centrale nella scrittura beckettiana. Ti capita di riconoscere dinamiche simili anche nella costruzione delle tue canzoni?
Continuamente. I loop di basso e batteria in [lessness] non sono mai decorativi — sono strutturali, quasi filosofici. Come in Beckett, la ripetizione non è pigrizia creativa ma l’unico modo onesto per scavare davvero, per togliere tutto il superfluo fino ad arrivare all’essenza. C’è un momento, durante la composizione, in cui un loop smette di essere tale e diventa qualcosa di più profondo — quasi rivelatorio. È lì che capisco di essere nella direzione giusta. La ripetizione, in musica come in letteratura, è il modo più paziente per trovare quello che stai cercando. E spesso lo trovi proprio quando hai smesso di cercarlo.
Molti artisti citano libri tra le proprie influenze, ma nel tuo caso sembra esserci un rapporto più strutturale con la letteratura. In che modo la lettura entra concretamente nel processo creativo?
Non entra in modo diretto o programmatico — non parto da un testo e cerco di musicarlo. Entra in modo più sottile e pervasivo: come un modo di guardare le cose, di costruire immagini, di decidere cosa lasciare fuori. Carver mi ha insegnato l’economia, la capacità di dire il massimo con il minimo. Kafka mi ha mostrato come trasformare l’assurdo quotidiano in qualcosa di universalmente riconoscibile. Beckett mi ha dato il coraggio della ripetizione, del vuoto, del silenzio come elemento espressivo. Non cito la letteratura nelle canzoni — la respiro, e poi cerco di fare lo stesso con la musica.
Hai mai pensato di sviluppare [lessness] anche attraverso forme espressive diverse dalla musica, come un libro o un progetto audiovisivo?
Sarebbe interessante, e l’idea di un progetto più complesso e completo mi affascina in astratto. Ma [lessness] nasce da un percorso puramente interiore e tende per natura a essere refrattario alle collaborazioni — è un universo chiuso, nel senso migliore del termine. In pratica, non ho la pazienza necessaria per scrivere un libro — e lo dico con una certa autoironia, visti i miei riferimenti letterari. E non ho capacità visive tali da permettermi di ambire a un progetto audiovisivo degno del nome. Detto questo, sono aperto a nuove idee e intuizioni — non si sa mai cosa può bussare alla porta. Per ora, la musica dice tutto quello che ho da dire.
Oggi viviamo in un’epoca dominata dalla velocità. Credi che la letteratura e la musica possano ancora insegnarci il valore della lentezza e dell’interpretazione?
Ci credo profondamente, e credo che sia uno dei compiti più importanti che l’arte possa ancora svolgere oggi. Viviamo in un momento in cui tutto viene consumato velocemente, digerito in frammenti, dimenticato quasi subito. La letteratura e la musica — quella che chiede attenzione, che non si svela al primo ascolto o alla prima lettura — sono un atto di resistenza gentile contro questa velocità. Non per nostalgia, ma perché la lentezza è l’unico modo per accedere a certi livelli di significato. Beckett non si capisce in fretta. Disintegration dei The Cure non si ascolta in sottofondo. E forse è proprio questo il loro valore più grande oggi — costringerti a fermarti.
Quanto è importante lasciare zone d’ombra e significati aperti nelle tue canzoni?
È fondamentale — è forse la cosa più importante. Una canzone che ti dice esattamente cosa devi sentire mi annoia, e non mi interessa scriverne. Preferisco costruire uno spazio emotivo e lasciare che chi ascolta ci porti dentro la propria storia, i propri ricordi, il proprio dolore o la propria gioia. Il significato reale esiste, certo — è mio, nasce da qualcosa di preciso e personale. Ma quello dell’ascoltatore è altrettanto valido. Forse di più. Le zone d’ombra non sono vaghezza — sono un atto di rispetto verso chi ascolta, la fiducia che abbia qualcosa di suo da portare dentro la canzone. Come diceva Carver: la letteratura è la domanda più la risposta. Vale anche per la musica.



What do you think?