Dietro “Zuccheri” non c’è la ricerca di un’immagine capace di restare. Giorgia Risso prende un titolo che profuma di leggerezza e lo trasforma in un piccolo inganno: un invito ad abbassare la guardia prima di entrare in un brano che parla del rumore mentale, delle aspettative e di quel caos emotivo con cui, prima o poi, tutti fanno i conti. Nella nostra chiacchierata racconta una scrittura che nasce d’istinto, si nutre di immagini e ha imparato, col tempo, a dire di più con meno. Tra cinema, songwriting e nuove esperienze come autrice per altri artisti, emerge il ritratto di una cantautrice alla ricerca di una voce sempre più riconoscibile, con l’intento di continuare a creare senza lasciare spazio ai dubbi.
Scopri il brano: https://bfan.link/zuccheri

“Zuccheri” ha un titolo quasi dolce, ma il contenuto del brano è molto più tagliente. Come nasce questo contrasto?
La dolcezza del titolo funge da cavallo di Troia, è una sorta di consenso preliminare che fa abbassare le difese rispetto ad un contenuto che poi tradisce le aspettative. È un contrasto che ho spesso apprezzato nei miei ascolti.
Quando stai lavorando a un nuovo pezzo parti prima dalle immagini, dalle parole o dal suono?
Non ho una regola. Parto col posizionarmi al pianoforte quasi sempre, dopodiché ha inizio il flusso. La domanda che mi pongo è soprattutto “quale immagine restituisce con più immediatezza il significato di ciò che intendo?”. Sto ancora imparando il mestiere della semplicità ma credo di star facendo progressi.
Hai parlato di “mal di testa emotivo”. Credi che la musica possa essere anche uno strumento per alleggerire certi sovraccarichi mentali?
Per me assolutamente sì. È una valvola che trasforma il caos interiore in vibrazione ordinata, che cura scompensi emotivi o, quantomeno, insegna a conviverci.
Nel tuo percorso convivono cinema, teatro e musica. C’è una disciplina che influenza più delle altre il tuo modo di scrivere canzoni?
Mi piace scrivere per immagini quindi forse direi cinema… ma non ci ho mai pensato. Ciò che influenza la mia musica è ciò che, nel quotidiano, mi suscita maggiori domande, perplessità o epifanie.
Negli ultimi anni hai lavorato anche dietro le quinte come autrice. Cosa hai imparato osservando altri artisti?
Ho iniziato da poco a scrivere per altri artisti con Mcallister, produttore di Zuccheri. È come imparare altre lingue senza dimenticare la propria. Insegna l’arte del distacco, a sviluppare grammatica emotiva altrui, a capire che una bella frase non basta se non è vera per chi la canta.
Ti capita mai di rileggere vecchi testi e sentirti distante dalla persona che li aveva scritti?
Assolutamente sì. Non tanto per quanto riguarda il contenuto, quanto più per la forma. Ho imparato a preferire la leggerezza alla pesantezza. All’inizio ero molto esplicita. Col tempo ho preferito accennare, suggerire anziché snocciolare per filo e per segno. Ritengo lasci anche più spazio all’immedesimazione di chi ascolta.
Come vorresti che proseguisse il tuo percorso da qui in avanti?
Vorrei portare live la mia musica e avere una continuità di creazione che finora è stata spesso ostacolata dal confronto con chi ritengo migliore o più esperto. Il goal è più interno che esterno. Se riuscirò a mantenere viva questa continuità, senza lasciare che il silenzio tra un brano e l’altro si trasformi in dubbio, allora avrò già vinto.



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