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Giovanni Leo: dentro le “Giornate a Righe”, tra libertà creativa, musica e ricerca di una propria voce

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Un titolo può essere una semplice etichetta oppure diventare la chiave di lettura di un intero progetto. Nel caso di Giornate a Righe, album di Giovanni Leo e Ilario Ferrari, quelle due parole racchiudono una contraddizione che attraversa tutto il disco: da una parte la sensazione di vivere seguendo percorsi già tracciati, dall’altra la possibilità di trasformare quegli stessi confini in spazi di espressione e creatività.

Nato da una collaborazione che unisce la scrittura di Leo e la sensibilità compositiva di Ferrari, il disco mette in discussione l’idea di routine attraverso nove brani che raccontano personaggi, dubbi e frammenti della vita quotidiana con uno sguardo ironico e insieme profondamente umano. Le “righe” non diventano quindi una prigione, ma un punto di partenza da cui provare a scrivere qualcosa di diverso, lasciando spazio agli imprevisti, alle deviazioni e alle intuizioni.

La costruzione dell’album passa attraverso un lavoro di grande attenzione sul rapporto tra voce, strumenti e arrangiamenti. Pianoforte, archi, contrabbasso, batteria e ricerca sonora convivono in una struttura complessa, dove ogni elemento ha un ruolo preciso. Una caratteristica che riflette sia il percorso musicale di Giovanni Leo sia la sua esperienza nel mondo del sound design cinematografico, applicata qui alla forma canzone con un approccio personale.

Accanto a Ferrari, protagonista fondamentale della parte musicale, il disco coinvolge anche musicisti come l’Ondanueve String Quartet e gli altri ospiti che hanno contribuito a definire un’identità sonora ricca di sfumature. Un lavoro corale, ma guidato da una visione precisa: superare gli schemi senza perdere il legame con la narrazione e con l’emotività delle canzoni.

In questa intervista Giovanni Leo racconta la genesi del titolo Giornate a Righe, il rapporto creativo con Ilario Ferrari, il contributo dei musicisti coinvolti e il significato di un album nato dal desiderio di seguire la propria strada anche quando sembra lontana dalle logiche più immediate della musica contemporanea.

Il titolo “Giornate a Righe” è particolarmente evocativo. Quando hai capito che rappresentava perfettamente il senso del disco?

Giornate a righe era in origine l’incipit di una bozza di ritornello del brano PaoloConte, che poi ha preso altre direzioni. Abbiamo pensato di recuperarlo come titolo dell’album proprio perché rappresentava uno stato d’animo, la situazione esatta da cui nasce tutto il progetto. Non è un titolo “figo”, ma dopo un po’ ti abitui alla sua stranezza, ci pensi e dici: «Vabbè, ma che hanno voluto dire?». E questo è perfetto.

Le righe fanno pensare a una gabbia, a una serie di binari e schemi già scritti che percorri e basta; quindi a giornate senza varietà, tutte uguali. Se ci pensi bene, però, sono anche le righe di uno spartito o di un quaderno bianco da riempire come vuoi tu, per trasformare quei percorsi obbligati in imprevisti e atti di creatività. Insomma, all’inizio sembra che la tua vita sia scritta da un ragazzino sadico su un quaderno di prima elementare, ma poi capisci che quelle righe non sono le sbarre di una prigione: ci puoi scrivere sopra, puoi disegnarci dei mostri. Consideratela una specie di uscita d’emergenza.

Per gioco, un giorno su Instagram mi sono divertito a pensare a come Zerocalcare spiegherebbe questo disco:

«Consideratela tipo l’uscita d’emergenza su un aereo della Ryanair che sta a precipita’ dritto su Rebibbia, mentre le maschere dell’ossigeno non funzionano e tu stai a pensa’ se hai spento il gas a casa. È la colonna sonora per tutti quelli che cercano de non impazzì dentro al tritacarne de tutti i giorni. Per chi ogni tanto decide de mandà tutto a puttane, butta le matite per aria, pija la bicicletta e va a perdersi sulla ciclabile pure se c’è il fango e le pantegane. È per chi prova a difende quel briciolo de tempo personale, tipo l’ultimo pezzo de pizza rimasto nel cartone, prima che la fretta del mondo arrivi e se lo divori».

Ogni brano sembra raccontare una diversa sfumatura della quotidianità. C’è una traccia che senti particolarmente vicina alla persona che sei oggi?

Sì, sono sfumature di diverse quotidianità. Ci sono pezzi di me sparsi ovunque, ma c’è anche il forte desiderio di raccontare storie e situazioni in cui tutti possano rispecchiarsi. Con questa domanda siamo davanti al più grande dei rebus: il corpo a corpo tra il foglio bianco e la mente. Per non lasciarla vinta al foglio bianco, posso dirti che c’è sempre una parte di me vicina a ciascuno di questi pezzi, anche se oggi probabilmente li scriverei in modo diverso.

Mia figlia ha dieci anni in più rispetto a quando ho composto I suoi passi leggeri, ma quel tenero desiderio di proteggere le persone che amiamo rimane intatto, così come il contrasto tra l’ansia del tempo moderno («Domani è il futuro domani già è tardi») e la capacità terapeutica di una bambina che, con la sua levità, riesce a fermare il mondo.

Rimangono le muse ispiratrici di PaoloConte e la leggera nostalgia per la buona musica; rimane la ricerca della felicità di La Cultura No e i dubbi sulle scelte per il futuro quando sui libri non si trovano le risposte più semplici; così come il tentativo di trovare l’equilibrio su una ciclabile improbabile che ti allena alle cose più dure della vita. La realtà è che alcuni di questi temi stanno già evolvendo, artisticamente parlando, verso altre cifre stilistiche con cui mi sto confrontando ora, per una sorta di “saga” che incontrerà nuovi linguaggi.

La collaborazione con Ilario Ferrari unisce due sensibilità molto diverse ma complementari. Qual è l’aspetto del suo lavoro che ti ha sorpreso maggiormente durante la realizzazione dell’album?

Una cosa che caratterizza profondamente Ilario è il rifiuto categorico del “compitino”.

Lui dà tutto sé stesso e costruisce strutture musicali che nascono da un entusiasmo travolgente e da una passione sconfinata per la ricerca. Questo è il suo vero valore aggiunto, che va di pari passo con uno straordinario spessore umano e relazionale.

Tra musica, testi e sound design, qual è stato l’elemento più complesso da portare in equilibrio all’interno del disco?

In questo preciso contesto l’elemento più complesso da equilibrare è stata la voce che non è solo uno strumento acustico (timbro, ritmicità), ma è anche un potente ponte tra suono e pensiero (significato, concetto).

Questa non è musica su cui ci si può appoggiare nel senso classico e “pop” del termine.

È un lavoro scritto al novanta per cento in contrappunto musicale, il che significa che la voce è a tutti gli effetti uno strumento che deve trovare il proprio spazio all’interno di un’architettura complessa. Non c’è la classica “base” che ti sostiene o il giro di accordi su cui cantare liberamente. La voce deve seguire una figurazione ritmica precisa, deve incastrarsi su determinati accenti di specifici strumenti, deve fare certe note, altrimenti la “full score” non funziona o suona strana.

In fase di mix con Eugenio Vatta abbiamo leggermente smussato gli angoli per dare una risoluzione un briciolo più fruibile, ma la scelta iniziale poteva essere ancora più estrema. Se tutto questo non salta all’orecchio a un primo ascolto, significa che abbiamo lavorato bene: il risultato finale deve trasmettere naturalezza e leggerezza, non la sensazione di una voce che esegue un rigido spartito. Bisogna prescindere dai tecnicismi necessari per crearlo. È un po’ come al cinema: se non fai caso al lavoro di sala sul suono, significa che il film funziona. Dimmi tu se ti sembra così…

Che valore hanno avuto i musicisti coinvolti, dall’Ondanueve String Quartet agli altri ospiti, nella costruzione dell’identità sonora dell’album?

Hanno avuto un valore pazzesco. Gli Ondanueve String Quartet (in questi giorni in tour con Edoardo Bennato nella formazione del Quartetto Flegreo) hanno eseguito gli arrangiamenti scritti da Ilario in maniera impeccabile, veloce e professionale. Ma hanno fatto di più: ci hanno messo il loro groove e l’anima di un quartetto d’archi vero, che ha una grandissima intesa interna. È una cosa che non ottieni se assembli quattro turnisti a caso davanti a uno spartito.

Edoardo Bombace al contrabbasso è stato chiamato a cose fatte e ha letteralmente impreziosito le linee che erano state scritte. Di Massimo Di Cristofaro che dire? Lo guardi suonare e pensi subito: «Voglio fare un pezzo con lui». Ha una tecnica e una creatività speciali, è attivo in tantissime formazioni jazz, swing e crossover e ha portato al disco quel tocco dinamico e di colore che non puoi catturare scrivendolo su carta.

Poi c’è l’amichevole partecipazione di Massimiliano Cutrera che, dopo essere stato la voce narrante della Commedia di Dante di Leszek Mądzik in Onirica, ha prestato la voce per fare un’operazione simile nel brano Orizzonti Medi. Infine, le incursioni rap urban di Homen aprono prospettive densissime all’interno di PaoloConte.

Se tra qualche anno dovessi riguardare “Giornate a Righe”, quale speri sia stata la sua eredità nel tuo percorso artistico e in quello condiviso con Ilario Ferrari?

Mi auguro che lo sguardo retrospettivo su questo album ci restituisca la consapevolezza di aver osato. Giornate a Righe ci ha costretti a un training artistico pazzesco, spingendoci a cercare la massima autenticità. Nel mio percorso vocale è stato un lavoro di sottrazione e di messa a nudo per trovare un’identità pura che superasse la tentazione di appoggiarsi agli stili altrui, mentre nel percorso condiviso con Ilario è stata la prova che un crossover totale tra i nostri mondi è possibile. Tutto questo ci ha permesso di tracciare una linea nostra. Se dovessi riassumere il messaggio del disco, direi: credete nella vostra follia, perché è da lì che nascono le cose più interessanti. Le righe non vanno solo seguite, vanno tracciate. L’algoritmo ci fa muro davanti? E vabbè, noi ci prendiamo la rincorsa e ci passiamo attraverso, come Harry Potter a King’s Cross contro il muro del Binario 9 ¾. Tra l’altro, l’album è nato proprio viaggiando sulla tratta Roma-Londra e questa mi sembra l’immagine migliore per descrivere la nostra fuga verso un’altra dimensione musicale.

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