Il nuovo EP del cantautore Vago si intitola “Balordi mari” ed è il risultato di un percorso creativo sviluppato senza inseguire la rapidità, con brani che hanno trovato la propria forma definitiva anche grazie a lunghi periodi di distanza dalla scrittura iniziale. Un approccio che l’autore considera tutt’altro che rigido, ma che in questo caso si è rivelato determinante per mettere a fuoco un linguaggio comune e un’identità sonora ben riconoscibile.
La scrittura del cantautore toscano prende spesso avvio da un’immagine, da uno spunto evocativo capace di generare una narrazione in cui dimensione personale e osservazione della realtà finiscono per intrecciarsi. L’introspezione non esclude il racconto del mondo esterno, ma convive con esso, alimentando testi che cercano un equilibrio tra musicalità delle parole e significato.
Tra i temi che emergono con maggiore forza c’è quello dell’abbandono, affrontato però da prospettive differenti, evitando di trasformarlo in un elemento ripetitivo. Allo stesso tempo, l’EP lascia intravedere un forte interesse per il linguaggio cinematografico, una suggestione che potrebbe trovare uno sviluppo ancora più ampio nei progetti futuri dell’artista.
“Balordi mari” alterna introspezione e racconto esterno. Come bilanci questi due livelli quando scrivi?
Sono entrambi aspetti funzionali alla mia idea di scrittura che parte quasi sempre da un’immagine per dare poi via a uno sviluppo in cui musicalità delle parole e significato devono andare di pari passo. Solitamente l’immagine di partenza è qualcosa di evocativo che da il là all’immaginazione attraverso la quale mi piace mischiare pensieri introspettivi e situazioni reali.
Il processo creativo sembra attraversare pause lunghe e riascolti successivi. È una necessità o una scelta consapevole?
Diciamo che è un caso che diventa consapevolezza. Ho sempre avuto la consapevolezza che il tempo aiuta a chiarire i dubbi in ambito musicale. A proposito dell’ EP questo tempo è stato necessariamente più lungo e l’attesa mi ha restituito delle possibilità che non avevo immaginato. Detto ciò non credo a un metodo definitivo, dipende molto dalle circostanze, gli stati d’animo e dal tipo di canzone ma è stata una bella esperienza.
In “Per dispetto al mare” la struttura si avvicina a un “minimetraggio”. È un approccio che potresti ripetere in futuro?
Mi piacerebbe scrivere un concept album sul cinema, inteso come luogo di lavoro con tutte le varianti e possibilità che può ispirare. È il luogo in cui lavoro come proiezionista da anni e mi piacerebbe raccontare le sfumature di chi vive un ambiente del genere. Sarebbe altrettanto interessante sviluppare l’idea seguendo l’approccio cinematografico che si percepisce in questa canzone.
Il tema dell’abbandono ritorna più volte nel disco. In che modo lo hai affrontato senza renderlo ripetitivo?
Cercando di raccontarlo da più prospettive e di legarlo a momenti, riflessioni e storie diverse.
Quanto spazio lasci all’improvvisazione in studio rispetto a una scrittura già definita?
Cerco di arrivare in studio con le idee molto chiare sulla struttura e sull’idea generale del mondo in cui naviga il pezzo. Le variabili in musica sono infinite e sono sempre pronto a soluzioni diverse, è il bello di far suonare le parti che hai pensato ad altri musicisti chiedendo di metterci del loro. Se “il loro” è una soluzione migliore e più efficace ancora meglio. Il mio piacere principale è la parte iniziale del gioco, tutto ciò che viene pian piano fuori è stimolo creativo che alimenta la creatività collettiva e porta al risultato finale.



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