Ci sono artisti che cercano di rendere il dolore elegante. Dellamore, invece, lo lascia volutamente storto, scomodo, a tratti persino disturbante. È forse questo il motivo per cui “Fast Food Dei Disagi” colpisce così tanto: perché dentro quelle immagini crude e sarcastiche si intravede qualcosa di tremendamente familiare.
Federico Tarantino torna con un brano che parla di ansia cronica, relazioni tossiche e vuoti emotivi, ma senza mai assumere il tono di chi vuole impartire lezioni. Piuttosto, sembra il racconto lucido di chi osserva il disastro collettivo dall’interno, con la stessa ironia amara di chi ride per non collassare.
“Fast Food Dei Disagi” è una critica alla società contemporanea o più semplicemente una fotografia di quello che vivi?
Direi 50/50. Spesso quello che descrivo non è solo un’oggettivazione della società moderna, ma anche una soggettivazione delle mie esperienze, del modo in cui mi vivo la vita e dei miei disagi legati ad essa. Mi piace pensarla così: a volte scatto istantanee piene di criticismo della società contemporanea, ma allo stesso tempo, a volte, mi ritrovo a farmi un selfie con essa!
Nel tuo modo di scrivere si sente molto il peso delle immagini e delle parole “sporche”. Quanto è importante per te evitare testi troppo puliti o patinati?
Per me è sempre stato importante il contenuto: che sia sempre originale e non abbellito da perbenismi futili. La mia musica nasce da un atto di protesta, e da che mondo è mondo, nessuna protesta si è mai fatta sentire con docili parole. Le parole o le immagini sporche per me non sono altro che la risposta a tono a questo mondo sporco, crudo, crudele, che tenta di celarsi dietro personaggi carismatici e pieni di belle parole e promesse.
Quando nasce Dellamore nel 2019, qual era la cosa che sentivi mancasse completamente nel progetto precedente? Hai mai avuto paura di perdere parte del pubblico costruito negli anni?
Sentivo di essere rimasto indietro. Di essere ancorato al vecchio artista che non ero più. E con Dellamore ho iniziato a dar voce a sfumature che tenevo nascoste, come, per esempio, le parti cantate nelle mie canzoni più attuali. Purtroppo, ho perso parte del pubblico costruito negli anni, ma non per il cambio o per la trasformazione artistica, ma per lunghi periodi di pausa, di poca motivazione, di perdita di sé stessi, e anche un po’ dovuto al trasferimento in Spagna, che mi ha portato un po’ fuori dalla luce dei riflettori siciliani per quanto riguarda la musica. Sarà più arduo ricreare un’identità all’estero, ma non impossibile.
Cosa ti interessa raccontare oggi che magari qualche anno fa non avresti mai avuto il coraggio di dire in una canzone?
La mia dipendenza dal sesso, che sicuramente sarà trattata nei prossimi brani in uscita, in maniera più approfondita e sincera. Le mie difficoltà nel creare legami amorosi duraturi e liberi da traumi e pattern ricorrenti. La paura della morte. Insomma, tutti temi molto leggeri.
C’è un artista italiano o internazionale con cui pensi che il progetto Dellamore potrebbe dialogare bene?
Amerei duettare con Fabri Fibra, artista che mi ha forgiato, oserei dire. Lo sento molto vicino a me nel mondo di scrivere ed esprimersi, soprattutto nei suoi disagi e dissidi interiori.
Che tipo di atmosfera dobbiamo aspettarci da “Nascondino”?
“Nascondino” ha un’atmosfera abbastanza intima e un po’ nostalgica, quasi sospesa. È quel tipo di vibe che ti porta dentro il ricordo e un po’ di malinconia, ma senza diventare pesante — più emotiva che drammatica.



What do you think?