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Punkadeka Festival 2026: quando un festival indipendente significa ancora comunità

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Punkadeka Festival 2026: il punk senza token

Ci sono festival in cui, appena entri, inizi a fare mentalmente i conti.

Biglietto. Birra. Acqua. Cibo. Token. Merch. Un’altra birra. E magari, se vuoi stare davanti al palco, scopri pure che esiste una zona VIP che costa quanto il tuo affitto.

Poi arrivi al Punkadeka Festival e ti ricordi che un festival può essere anche semplicemente un posto dove vai per ascoltare musica, stare con le persone e divertirti.

Ed è forse questa, più ancora dei concerti, la cosa che mi ha colpito maggiormente dell’edizione 2026.

Perché il Punkadeka non è soltanto un festival punk con una bella line-up. È una realtà indipendente che, nel suo piccolo, sta dimostrando che si può organizzare un evento importante senza avere come obiettivo quello di spremere il pubblico fino all’ultimo euro.

E di questi tempi non è affatto scontato.

Acqua gratis. Sì, avete letto bene.

Partiamo dalla cosa più “normale”: l’acqua era gratis.

E non parliamo della classica bottiglietta lasciata lì come concessione divina: c’era un distributore di acqua fresca e, cosa ancora più apprezzabile, anche frizzante.

Lo so, detta così sembra una cosa talmente normale da risultare ridicola.

Ed è proprio questo il problema: oggi è diventata quasi una caratteristica da celebrare.

Al Punkadeka, invece, l’acqua non era un prodotto premium. Non dovevi comprare un token per poterti dissetare dopo ore sotto il palco. Non dovevi fare calcoli per capire quante consumazioni potevi permetterti.

Bevi e basta.

E insieme all’acqua c’erano prezzi modici, nessun sistema di token e una gestione generale che non dava quella fastidiosa sensazione di essere entrati in una gigantesca macchina mangiasoldi.

Una cosa che personalmente apprezzo moltissimo.

Nessun token, nessuna frontiera davanti al palco

Altro concetto apparentemente banale: niente token.

Paghi quello che devi pagare e finisce lì.

Non devi prima convertire i tuoi soldi in gettoni, poi capire quanti te ne sono rimasti, poi scoprire che per recuperare quelli avanzati devi fare un’altra fila.

E soprattutto nessuna suddivisione del pit.

Davanti al palco c’è il pubblico. Punto.

Non importa quanto hai speso, quale braccialetto hai, quale pacchetto hai comprato.

È una scelta che trovo perfettamente coerente con lo spirito del festival e, più in generale, con quello che dovrebbe essere un certo modo di intendere la musica dal vivo.

Una line-up convincente e variegata

E poi, ovviamente, c’era la cosa più importante, la musica.

Perché sarebbe abbastanza inutile fare un elogio del festival come esperienza se poi sul palco non ci fosse niente da vedere.

Fortunatamente non è questo il caso.

Gli MXPX erano chiaramente l’evento principale: il ritorno in Italia della formazione originale, per quella che era stata annunciata come la loro unica data europea, è già un’operazione capace di attirare pubblico da parecchio lontano.

Ma il merito del Punkadeka è stato anche quello di non costruire tutto intorno al loro nome.

La giornata ha messo insieme Talco, Grade 2, Uguaglianza, Duracel, Trauma, Libidine, Lillians e Already Buried, creando una scaletta capace di attraversare diverse anime del punk: skate punk, street punk, hardcore, pop punk e sonorità più contemporanee.

E soprattutto ha funzionato il contrasto generazionale.

Da una parte band che rappresentano pezzi importanti della storia della scena, dall’altra realtà più giovani che non sono state utilizzate semplicemente come “riempitivo” prima del nome grosso.

La qualità della selezione è stata uno dei punti forti del festival.

E questo, per un evento indipendente, vale ancora di più.

Lillians e Libidine: due facce della nuova scena

Tra le realtà più giovani, i Lillians hanno spiccato per un’impronta pop punk molto evidente, con influenze che guardano chiaramente al mondo Blink-182 e, più in generale, a quella componente melodica e immediata del genere.

I Libidine, invece, hanno portato sul palco una bella botta di energia, confermandosi come una realtà da tenere d’occhio nella scena punk rock italiana.

Due approcci differenti, ma entrambi utili a dimostrare quanto sia ancora variegato il panorama contemporaneo.

Duracel e Uguaglianza: la storia che non passa

Se parliamo invece di storia del punk italiano, è impossibile non soffermarsi sui Duracel.

La loro presenza non era semplicemente quella di una band tornata a suonare dopo un lungo silenzio: i Duracel sono ormai parte della storia del pop punk italiano. E il loro show ha ricordato perfettamente perché.

Particolarmente apprezzato il modo in cui hanno aperto il concerto con un medley tributo ai Ramones, una dichiarazione d’amore immediata alle radici di quel suono.

Anche gli Uguaglianza hanno fatto valere il proprio lato più duro e street, portando sul palco un’attitudine molto più ruvida e diretta, perfettamente coerente con la loro storia.

Grade 2: energia, ma poca identità personale

Discorso leggermente diverso per i Grade 2.

La band inglese ha sicuramente coinvolto il pubblico e ha confermato di essere una realtà in crescita della nuova scena britannica, ma personalmente ho trovato meno convincente la loro identità musicale.

La miscela di grandi band quali Bouncing Souls, Rancid, Dear Landlord e influenze riconducibili a cose ben più note funziona dal vivo e rende il loro set molto energico, ma raramente riesce a trasformarsi in qualcosa di realmente personale o vagamente interessante.

La sensazione è che siano ancora alla ricerca di una voce propria e che, all’interno del repertorio proposto, siano pochi i brani capaci di emergere davvero rispetto alle influenze che li hanno formati.

Questo non impedisce loro di funzionare su un palco come quello del Punkadeka, anzi: il pubblico ha risposto e la loro energia è innegabile. Ma proprio per questo sarebbe interessante vedere come riusciranno a evolversi quando smetteranno di essere principalmente la somma molto sbiadita delle proprie influenze.

Talco: una mina

Sui Talco, invece, c’è poco da girarci intorno: una mina.

A prescindere dai gusti personali offrono una prestazione impeccabile; una band rodata, precisa e capace di trasformare il palco in una macchina perfettamente funzionante.

Il loro show ha confermato ancora una volta perché siano una delle realtà italiane più conosciute e apprezzate all’estero.

E gli MXPX?

E arriviamo naturalmente agli MXPX.

La band americana ha fatto quello che ci si aspettava: ha divertito, ha fatto muovere il pubblico e ha portato sul palco tutta l’energia del proprio lato più veloce e punk rock.

La scelta della scaletta, però, mi ha lasciato una piccola riserva.

Gli MXPX hanno privilegiato una dimensione più strong e veloce, mettendo in primo piano i brani più adatti al contesto di un festival punk. Una scelta comprensibile e assolutamente funzionale al live, ma che, secondo me, ha inevitabilmente lasciato un po’ in secondo piano alcuni pezzi fondamentali della loro discografia.

Ed è proprio questo uno dei piccoli difetti che spesso si incontrano quando band di matrice punk o pop punk arrivano a un festival di questo tipo: si finisce per mostrare soltanto una faccia della propria discografia.

Il pubblico vuole pogare, cantare e saltare e la band, comprensibilmente, costruisce una scaletta che assecondi quell’energia.

Ma gli MXPX hanno molto più di questo.

La loro discografia è abbastanza ampia e articolata da contenere anche momenti più melodici, brani più pop punk, pezzi che hanno avuto un’importanza enorme per chi li segue da anni.

Vederli in questa dimensione più aggressiva è stato sicuramente divertente, ma proprio per questo è rimasta la curiosità di quanto sarebbe stato bello ascoltare una scaletta capace di rappresentare anche le altre anime della band.

Resta comunque una performance che ha centrato perfettamente l’obiettivo del festival: far divertire il pubblico e chiudere la giornata con una bella scarica di energia.

Il festival non finisce quando scendi dal palco

Un’altra cosa che ho apprezzato è stata l’attenzione a quello che succedeva intorno ai concerti.

Gli stand di vinili, label, distro, progetti DIY e merchandising non sembravano messi lì semplicemente per occupare spazio.

Erano parte integrante dell’atmosfera.

Anche i merch stand tematici e costruiti in sintonia con il festival contribuivano a dare la sensazione di essere dentro una scena e non semplicemente dentro un’area commerciale.

Ed è una differenza sottile ma fondamentale.

Perché il punk, prima di essere un genere musicale, è anche tutto quello che succede attorno alla musica: dischi, magliette, autoproduzioni, etichette, persone che si conoscono, band che condividono palchi e pubblico.

Il Punkadeka riesce a mantenere viva proprio questa dimensione.

E gli MXPX a portata di pubblico

Tra le cose che ho trovato particolarmente riuscite c’è anche il meet & greet con gli MXPX.

Non una di quelle situazioni in cui l’artista internazionale diventa improvvisamente una creatura mitologica separata dal pubblico da tre transenne, cinque braccialetti e un supplemento sulla carta di credito.

Il meet & greet è stato aperto al pubblico.

E anche questa è una scelta che racconta bene la filosofia dell’evento.

Perché se porti in Italia una band come gli MXPX, dopo più di dieci anni dalla loro ultima apparizione europea, è bello permettere a chi è venuto a vederli di poter avere anche un momento di contatto diretto con loro.

Non trasformare ogni esperienza in un prodotto da vendere è una scelta.

Anche il tempo viene rispettato

E poi c’è una cosa che magari in un report musicale non dovrebbe nemmeno essere necessario sottolineare: gli orari.

Ma lo faccio lo stesso.

Perché quando vai a un festival fuori città e devi utilizzare i mezzi pubblici, sapere che la programmazione tiene conto degli orari per il rientro non è affatto un dettaglio.

Significa poter vedere i concerti senza vivere le ultime ore con l’ansia di dover scappare prima della fine.

Anche qui torna lo stesso principio: organizzare un festival pensando alle persone che lo vivono.

Sembra semplice.

E dovrebbe esserlo.

Una realtà indipendente da difendere

Alla fine mi sono recato al Punkadeka Festival con una considerazione che va oltre le singole esibizioni.

Gli MXPX sono stati il grande colpo internazionale. I Talco hanno rappresentato una certezza. I Grade 2, nonostante la loro poca identità e originalità, sono riusciti a coinvolgere tanto pubblico e a confermarsi tra le realtà in maggiore crescita della nuova scena britannica. Le band italiane hanno dato al programma profondità e varietà, soprattutto i mitici Duracel, che hanno aperto il loro show con un apprezzatissimo medley tributo ai Ramones.

Ma il vero merito del Punkadeka, secondo me, sta nel modo in cui tutto questo viene messo insieme.

Un festival indipendente può portare un nome internazionale di enorme peso senza trasformare ogni cosa in un sovrapprezzo.

Può avere un’area merch senza diventare un centro commerciale.

Può avere un meet & greet con gli MXPX aperto al pubblico.

Può tenere prezzi accessibili.

Può dare acqua gratis, pure frizzante.

Può non usare token.

Può lasciare il pit unico.

Può rispettare gli orari.

Può mettere insieme band storiche e nuove generazioni.

E può, soprattutto, far sentire il pubblico parte del festival e non il suo bancomat.

Forse è proprio questa la cosa più punk di tutte.

Non il pogo. Non le creste. Non le toppe sui giubbotti.

Fare le cose diversamente quando ormai tutti ti hanno convinto che non sia più possibile.

Il Punkadeka Festival 2026, almeno per me, è stato soprattutto questo: una giornata di musica costruita attorno a una scena, e non una scena costruita attorno a una macchina per fare soldi.

E in un momento in cui andare a un concerto sembra sempre più spesso un’esperienza premium, trovare un festival che ti fa semplicemente pensare “cazzo, qui si sta bene” vale ancora di più.

                                                                                                                                                                                                                                                                                           A cura di STRE (Stefano Crispino)

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