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Quando la forma segue l’intuizione: Luca Cescotti racconta le “Mobili Credenze” del suono

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Con Mobili Credenze, Luca Cescotti costruisce un disco che non si lascia incasellare facilmente. È un lavoro che nasce dall’incontro tra mondi diversi — chitarra acustica, viola da gamba, sintetizzatori e ritmiche contemporanee — e che trova la sua coerenza non nella rigidità degli arrangiamenti, ma nell’intenzione emotiva che li attraversa. Un album che sembra lasciare che siano i brani stessi a suggerire la propria forma, più che imporla dall’esterno.

La sua scrittura si muove tra istinto e consapevolezza, tra formazione classica e libertà contemporanea, mantenendo sempre un equilibrio dinamico tra controllo e spontaneità. Anche le scelte più radicali, come la decisione di non pubblicare il disco su Spotify, diventano parte integrante di una visione più ampia, che mette in discussione il valore dell’ascolto e il ruolo delle piattaforme nella fruizione musicale.

In questa intervista Cescotti racconta il processo creativo dietro il disco, il rapporto tra tradizione e sperimentazione, l’evoluzione della sua scrittura rispetto ai lavori precedenti e la direzione futura del suo percorso artistico, sempre più aperto anche al linguaggio delle colonne sonore e delle collaborazioni interdisciplinari.

Un progetto che non cerca certezze, ma possibilità.

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«Ho deciso che il mio nuovo disco “Mobili Credenze” non sarà disponibile su Spotify.
È una scelta consapevole e politica, nata dal rifiuto di sostenere un modello che investe in guerra e svaluta il lavoro degli artisti. Negli anni ho usato quella piattaforma, ma oggi non me la sono sentita di fare finta di niente.

Chi crea deve essere pagato in modo equo, non celebrato a parole e ignorato nei fatti.
Per questo vi invito ad ascoltare “Mobili Credenze” sulle altre piattaforme digitali, perché ogni stream, ogni acquisto, ogni condivisione è un gesto concreto.»

Nella costruzione sonora di Mobili Credenze convivono chitarra acustica, viola da gamba, synth e ritmiche più moderne. Come hai deciso l’equilibrio tra tradizione e sperimentazione per mantenere coerenza narrativa senza rinunciare a un’espressività contemporanea?
Più che decidere a priori un equilibrio, cerco di lasciare che siano i brani a suggerirlo. Ogni canzone ha una sua identità e, di conseguenza, richiede un certo tipo di suono. Elementi che sembrano distanti — come la viola da gamba e i sintetizzatori — in realtà possono convivere in modo molto organico se inseriti con naturalezza. Ynalah, ad esempio, nasce proprio da questo tipo di incontro: c’è un uso del reverse su strumenti acustici che poi si intreccia con texture elettroniche. È una tecnica che esiste da tempo, ma continuo a trovarla estremamente evocativa. In generale, mi interessa lavorare sulle sfumature e sui contrasti, senza però renderli troppo evidenti o didascalici. La coerenza, per me, non sta tanto nel tipo di strumenti utilizzati, ma nell’intenzione emotiva che tiene insieme tutto il disco.

In fase di autoproduzione hai scelto di non pubblicare l’album su Spotify per ragioni etiche e politiche legate al valore del lavoro artistico. Come pensi che queste scelte influenzino il rapporto con il pubblico e con il modello di fruizione musicale attuale?
È una scelta che nasce da una serie di riflessioni maturate nel tempo. Spotify è senza dubbio la piattaforma più diffusa, ma allo stesso tempo rappresenta un modello che spesso penalizza gli artisti, sia economicamente sia in termini di percezione del valore della musica. A questo si aggiungono considerazioni etiche che, per me, hanno avuto un peso importante nel prendere questa decisione. Non penso però che questo significhi necessariamente allontanarsi dal pubblico. Al contrario, può essere un modo per ristabilire un rapporto un po’ più diretto e consapevole. Oggi esistono diverse alternative valide e funzionanti, e credo che chi è davvero interessato alla musica sia disposto anche a cercarle. È forse un percorso meno immediato, ma più coerente con l’idea di dare un peso diverso all’ascolto.

Dai singoli come No Tu! e Mosca emerge un’intimità testuale che si intreccia a una progressione melodica personale. Quanto pensi che la narrazione lirica sia cambiata rispetto all’EP Amarsi Bene e quali nuovi temi hai voluto esplorare in questo progetto più ampio?
Rispetto a Amarsi Bene sento che il modo di scrivere si è fatto più libero e meno legato a una struttura narrativa lineare. Nei nuovi brani mi interessa seguire di più il flusso emotivo, anche quando questo porta a frammentare il racconto o a lasciare delle zone meno definite. Mosca e No Tu! sono esempi di questo approccio: il testo non è pensato per spiegare, ma per accompagnare la musica e amplificarne le sensazioni. I temi restano in parte gli stessi — relazioni, identità, percezione di sé — ma vengono affrontati con uno sguardo diverso, forse più stratificato. In generale, c’è meno bisogno di dare risposte e più spazio per osservare e restare dentro alle contraddizioni.

La presenza della viola da gamba è un elemento distintivo del tuo stile. In che modo il tuo background classico ha influenzato l’approccio alla composizione e agli arrangiamenti di Mobili Credenze senza limitare la libertà espressiva del songwriting contemporaneo?
La formazione classica è una parte importante del mio percorso, ma cerco di non renderla mai un elemento dominante in modo artificiale. La viola da gamba, in questo senso, è semplicemente uno dei colori a disposizione: può emergere come voce solista oppure restare più nascosta all’interno dell’arrangiamento. Credo che l’influenza più forte del mio background stia nel modo di pensare la musica, più che nello strumento in sé: nell’attenzione alle dinamiche, alle armonie, ai dettagli timbrici. Allo stesso tempo, però, cerco sempre di mantenere una certa leggerezza nel processo creativo, lasciando spazio all’intuizione. È un equilibrio continuo tra controllo e spontaneità.

Nel disco convivono momenti di intensità emotiva e passaggi più riflessivi. C’è una traccia in Mobili Credenze che senti particolarmente rappresentativa del nucleo emotivo dell’album, e se sì perché?
Faccio fatica a individuare un unico brano che riassuma tutto il disco, perché ogni traccia ha un suo peso e una sua funzione all’interno del percorso. Mi piace pensare all’album come a un insieme di momenti distinti, ognuno con una propria autonomia. Se devo però citarne una, direi Mosca, perché racchiude molte delle tensioni presenti nel disco. Ha una struttura meno convenzionale, senza un ritornello definito, e si sviluppa attraverso cambi di atmosfera anche molto marcati. È un brano che non si concede subito, ma che proprio per questo continua a crescere nel tempo, sia per chi lo ascolta sia per me.

Guardando oltre questo lavoro, come immagini il tuo prossimo capitolo artistico? Ci sono nuove direzioni sonore o ambiti creativi (es. colonne sonore, collaborazioni interdisciplinari) che ti piacerebbe esplorare dopo Mobili Credenze?
In questo periodo mi sto avvicinando sempre di più al mondo delle colonne sonore, che rappresenta per me una direzione molto stimolante. Mi interessa lavorare su una musica che sia al servizio di un’immagine o di una narrazione visiva, e che quindi richieda un approccio diverso rispetto alla forma canzone. Allo stesso tempo, non escludo di continuare a sviluppare il mio percorso discografico, magari spingendo ancora di più sulla contaminazione tra linguaggi. Mi incuriosisce anche l’idea di collaborare con artisti di altri ambiti, per vedere come il mio modo di scrivere possa trasformarsi entrando in dialogo con altre forme espressive.

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