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Gintsugi tra immaginario e suono: “Stranger” e lo spazio di confine

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Gintsugi è un’artista e produttrice che attraversa territori sonori tra art-pop, elettronica e suggestioni neoclassiche, costruendo un linguaggio musicale in cui la dimensione emotiva e quella immaginifica convivono senza gerarchie. Dopo un primo EP realizzato con Victor Van Vugt e un album pubblicato con Beautiful Losers Records, il suo percorso si è sviluppato tra Italia e Francia, consolidando una poetica fondata su stratificazione, ambiguità e una costante tensione tra controllo e abbandono. La sua scrittura si distingue per un approccio non descrittivo, più vicino alla forma poetica che alla narrazione lineare, e per una forte attenzione al rapporto tra suono e immaginario visivo.

In questa intervista, Stranger diventa il punto di partenza per esplorare proprio la relazione tra musica e immagine, e il modo in cui il progetto si costruisce a partire da suggestioni che emergono direttamente dall’ascolto, senza una strategia rigidamente predefinita. L’EP a cui il brano appartiene sembra infatti attraversato da richiami visivi e culturali specifici, che rimandano a epoche e atmosfere cinematografiche ben definite, pur mantenendo una natura aperta e non completamente codificata.

Uno dei temi centrali riguarda la posizione dell’artista rispetto ai confini estetici e percettivi del proprio lavoro. Stranger si muove su una soglia instabile, una zona di tensione che non viene vissuta come confortevole, ma come necessaria. L’attraversamento di questo spazio diventa parte integrante del processo creativo, nonostante la sua natura scomoda o destabilizzante.

Anche il lyric video assume un ruolo attivo nella costruzione del significato del brano. La scelta di rendere il testo immediatamente visibile permette di lavorare non tanto sul contenuto semantico delle parole, quanto sul loro ritmo e sulla loro relazione con le immagini, aprendo un livello ulteriore di interpretazione. La scrittura, in questo contesto, si libera parzialmente dalla funzione di definizione per entrare in un territorio più fluido e percettivo.

 

L’uscita del singolo introduce anche un immaginario preciso: quanto è importante per te che suono e visione restino allineati?

Cerco di lasciarmi guidare dalle immagini che la stessa musica evoca in me, senza intellettualizzare o strategizzare troppo. Sicuramente ci sono degli elementi che ritornano in questo EP che sono volutamente dei richiami a un immaginario di una certa epoca storica oppure ad un immaginario cinematografico preciso.

Stranger sembra muoversi su un confine instabile: è una zona in cui ti senti a tuo agio?

Per niente, ma cerco di starci senza scappare, nel modo più autentico possibile.

Il lyric video rende il testo inevitabile per chi ascolta: cambia qualcosa nel modo in cui pensi le parole?

Il lyric video mi ha permesso di giocare proprio con il ritmo delle parole o le immagini, invece che con il significato o i riferimenti artistici nella scrittura, che per me sono sempre molto importanti perché fanno parte del mio immaginario.

Hai mai avuto il dubbio che il brano fosse troppo essenziale o, al contrario, troppo carico?

Ti rispondo come direbbe Victor, con cui ho lavorato per il primo EP e che resta uno dei miei riferimenti in ambito musicale : non è mai troppo 🙂

Scherzi a parte il brano per quanto mi riguarda è giusto, come non si direbbe di un gatto che è troppo grande o striato, o non si direbbe che un tramonto è troppo rosso. Ogni brano è come una creatura vivente per me, e in questo caso ce ne siamo presi cura come si deve, senza tarpargli le ali o imporgli delle aspettative a cui non poteva rispondere.

Quanto spazio lasci all’ascoltatore per proiettare la propria interpretazione?

Penso molto. Non mi piace imporre la mia interpretazione ma il mio modo di scrivere, che è poetico e non descrittivo, a volte crea confusione o disagio in chi ha bisogno di molta chiarezza. Ma non si può e non si deve piacere a tutti, com’è giusto che sia.

Questo singolo ha modificato il tuo modo di lavorare rispetto al passato?

Ogni brano è un pò un mondo a sé e ho difficoltà a seguire metodi, il modo di lavorare varia, a volte è molto più faticoso ma in particolare su questo brano per me è stato giusto ed organico rispetto al brano stesso. Per la produzione ho lavorato con Maurizio Sarnicola che aveva un’idea molto precisa rispetto a come il brano dovesse prolungarsi nella produzione, molto coerente con l’idea del brano e la sua poetica, il che ha molto aiutato.

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