Sessant’anni di carriera non si celebrano semplicemente riproponendo delle canzoni. Si celebrano mettendo insieme memoria, emozioni, risate, ricordi e soprattutto persone. E mercoledì 9 settembre, nella straordinaria cornice della Reggia di Caserta, i Pooh hanno trasformato il loro POOH60 – La nostra storia in un vero viaggio attraverso sei decenni di musica italiana.
Una serata nella quale non sono mancati i momenti più commoventi, inevitabili quando si racconta una storia così lunga e costellata anche di persone che oggi non ci sono più, ma nemmeno i sorrisi e le battute con cui Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian e Riccardo Fogli hanno accompagnato il pubblico dentro la loro storia.
La scaletta parte da lontano, attraversando i primi anni con “Viaggi”, “Banda nel vento”, “Quello che non sai”, “Vieni fuori”, “Quando una lei va via” e “Nascerò con te”. Sono gli anni della costruzione di una identità, quelli in cui una band destinata a diventare una delle più importanti della musica italiana muove i primi passi.
Poi arrivano “Buona fortuna”, “Lettera da Berlino Est”, “Io e te per altri giorni”, “Canterò per te” e “Amici x sempre”.
Ed è proprio dopo “Amici x sempre” che la memoria si fa più forte. Roby Facchinetti ricorda Valerio Negrini e Stefano D’Orazio, definendoli “poeti”. Due figure fondamentali nella storia dei Pooh, autori di una parte enorme dell’immaginario lirico della band. Il ricordo non diventa però una parentesi triste: è piuttosto il modo con cui il gruppo sceglie di tenere ancora sul palco due persone che di quella storia sono state protagoniste assolute.
E in questa alternanza continua tra passato e presente arrivano anche i racconti personali dei musicisti. Riccardo Fogli introducendo il brano “50 primavere” ricorda il legame con Stefano D’Orazio e la genesi della canzone legata una storia familiare: una pezzo che Stefano aveva scritto in occasione dell’anniversario di matrimonio dei suoi genitori, e che Fogli racconta di aver cantato insieme a lui. Sono piccoli frammenti di memoria che permettono al pubblico di conoscere non soltanto i Pooh musicisti, ma anche i Pooh uomini.
L’amore, uno dei grandi capitoli dei Pooh
Dopo il viaggio iniziale, il concerto entra in una delle sue sezioni più riconoscibili: quella delle canzoni d’amore.
Da “Il cielo è blu” a “L’altra donna”, passando per “Stare senza di te”, “Non lasciarmi mai più” e “La mia donna”, la Reggia si trasforma in un enorme coro.
Sono canzoni che hanno attraversato matrimoni, separazioni, tradimenti, primi amori e storie finite. Canzoni che appartengono ai Pooh, ma che nel corso dei decenni sono diventate anche colonna sonora della vita di chi le ascolta.
Ma proprio quando sembra che il concerto possa proseguire interamente su queste atmosfere, arriva una delle svolte più interessanti della serata.
“I Pooh non sono solo questo”, ricorda Red Canzian.
E invita il pubblico a fare una cosa quasi rivoluzionaria per un concerto del 2026: posare i cellulari.
Perché sta per iniziare la parte più rock, prog e sperimentale dello spettacolo.
Dal rock al prog: le spade, il Medioevo e “Parsifal”
Il cambio di atmosfera è netto. Il ledwall si riempie di immagini che richiamano il Medioevo, con spade e suggestioni cavalleresche, mentre la musica si sposta verso il lato più ambizioso e sperimentale del repertorio.
Arrivano “Oceano”, “L’aquila e il falco” e soprattutto “Parsifal”.
È una sezione che ricorda quanto spesso si dimentichi che dietro i grandi successi sentimentali dei Pooh c’è anche una band che, soprattutto in determinati periodi della propria carriera, ha sperimentato con rock, progressive, arrangiamenti complessi e atmosfere quasi cinematografiche.
Ed è significativo che Red chieda al pubblico di mettere via i telefoni proprio in questo momento: non per rifiutare la tecnologia, ma per invitare tutti a guardare e ascoltare davvero. “Potete anche chiudere gli occhi se volete” esclama Canzian.
Il momento acustico: tornare a quando tutto è cominciato
Dopo la parte più spettacolare, il concerto cambia ancora pelle.
Sul palco compare un pianoforte bianco, suonato da Roby Facchinetti. Red Canzian imbraccia il contrabbasso elettrico, mentre Dodi Battaglia si mette alla chitarra acustica.
È uno dei momenti più belli e intimi della serata.
Roby spiega di amare particolarmente questa parte del concerto perché gli ricorda il modo in cui le canzoni venivano scritte: pochi strumenti, poche persone, la musica al centro.
La scaletta attraversa quindi questa dimensione più raccolta a partire da “Santa Lucia”, “Tu dov’eri”, “Domani”, “Io ti aspetterò”, “In diretta dal vento”, “Notte a sorpresa”, “Cercando di te”, “In silenzio” e “Pierre”.
È una parentesi nella quale i Pooh sembrano quasi togliere tutto ciò che è superfluo per lasciare emergere semplicemente le canzoni e le voci.
E proprio qui arriva uno dei momenti più forti della serata.
“Uomini soli” e il ricordo di una vittoria
Quando arriva “Uomini soli”, il pubblico risponde con una grande ovazione.
È uno dei brani simbolo della storia dei Pooh e quello con cui la band conquistò il Festival di Sanremo nel 1990.
Prima di “Giorni infiniti”, Dodi Battaglia racconta proprio quella vittoria, ricordando che arrivò soprattutto grazie alla gente, più che grazie alla critica e ai giornalisti.
Poi, con il suo consueto spirito ironico, aggiunge qualcosa come: “Se mi sentono non mi fanno mai più un articolo, non glielo dite”.
E viene spontaneo sorridere pensando che, a distanza di tanti anni, eccomi qui a scrivere proprio di loro e a dargli anche ragione. E lo faccio con piacere.
Perché in fondo anche questa è la storia dei Pooh: una band che ha attraversato momenti in cui è stata amata, discussa, criticata e celebrata, ma che alla fine ha sempre avuto una risposta molto più semplice da dare a tutto: continuare a suonare.
Da “Ci penserò domani” in poi: tutti in piedi
Poi arriva il momento in cui la platea smette definitivamente di essere spettatrice.
Con “Ci penserò domani”, il pubblico si alza.
E da quel momento in poi rimane in piedi per tutta la grande sequenza finale.
“Piccola Katy”, “Tanta voglia di lei”, “Dammi solo un minuto”, “Non siamo in pericolo”, “Noi due nel mondo e nell’anima”, “Stai con me”, “Io sono vivo”, “Pensiero”.
Una dopo l’altra, le canzoni diventano cori collettivi.
Non importa più quale generazione abbia ascoltato per prima quel brano. Le parole vengono fuori dalla platea quasi automaticamente. È come se quelle canzoni fossero rimaste depositate nella memoria collettiva italiana, pronte a riemergere non appena partono le prime note.
E poi, naturalmente, arriva “Chi fermerà la musica”.
Il titolo, dopo sessant’anni, sembra quasi una provocazione.
Perché la risposta è tutta lì, davanti al palco della Reggia di Caserta.
La musica non si è fermata.
Sessant’anni e ancora la voglia di stare sul palco
Il valore di un anniversario come questo non sta soltanto nella quantità di anni trascorsi.
Sessant’anni significano cambiamenti, formazioni diverse, lutti, separazioni, reunion, successi, critiche, generazioni di pubblico e migliaia di concerti.
Significa aver visto cambiare completamente il modo di fare e ascoltare musica e continuare, nonostante tutto, a trovare un modo per stare su un palco e parlare ancora alle persone.
A Caserta i Pooh lo fanno alternando grandi successi e brani meno scontati, momenti spettacolari e momenti intimi, risate e commozione.
E forse è proprio questa alternanza a rendere la serata così efficace: non c’è soltanto la celebrazione della grande band italiana, ma anche il racconto di quattro uomini che, attraverso le canzoni, ricordano le persone che hanno condiviso con loro questa lunghissima strada.
Un viaggio iniziato sessant’anni fa e che, almeno per una sera, sembra non avere nessuna intenzione di arrivare alla fine.
Un ringraziamento speciale va anche ai musicisti che da anni condividono il palco con i Pooh, contribuendo a mantenere vivo il suono della band: Danilo Ballo, tastierista, arrangiatore e collaboratore storico del gruppo, presenza ormai fondamentale nella dimensione live, e Phil Mer, batterista e percussionista, musicista legato anche alla famiglia di Red Canzian e alla storia recente dei Pooh, che ha raccolto sul palco anche parte dell’eredità musicale di Stefano D’Orazio.
Perché, alla fine, è anche questo il senso di una storia lunga sessant’anni: non dimenticare chi c’è stato, ma continuare a suonare insieme a chi c’è oggi.
E davanti alla Reggia di Caserta, tra applausi, sorrisi, ricordi e migliaia di voci che cantano insieme, i Pooh dimostrano ancora una volta che alcune canzoni non appartengono più soltanto a chi le ha scritte.
Appartengono a tutti.
A cura di STRE (Stefano Crispino)



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