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Quando ho incontrato TGP: Brenneke

“Voglio uscire un po’ dalla psiche, tornare sulla terra.”

Intervista a cura di Davide Lucarelli

BrennekeEdoardo Frasso per amici è parenti, è un cantautore di Busto Arsizio (VA).

 Nel 2010 inizia il suo progetto solista, collezionando negli anni tantissimi live e un ottimo riscontro di pubblico accrescendo nel tempo la propria cercia di aficionados soprattutto nel varesotto e nel milanese. Il suo debutto discografico avviene nel 2013 con l’EP “Brenneke“, a cui fanno seguito due album “Vademecum del perfetto me” e “Nessuno lo deve sapere” (Vetrodischi / A1) uscito lo scorso 1 febbraio.

“Itaca” è il suo nuovo singolo disponibile dal 18 ottobre su Spotify e tutte le principali piattaforme streaming per Vetrodischi. Abbiamo colto l’occasione di quest’uscita per rendere protagonista Brenneke di questa seconda puntata di “Quando ho Incontrato TGP“. 

Ciao Brenneke. La tua carriera ormai è iniziata da un po’ di anni. Quello che voglio chiederti è se ti ricordi qual è stata la pulsione che ti ha portato a comporre musica ai primordi e se è ancora quella che muove la tua carriera artistica ancora oggi.

Ciao amici di Tutti giù Parterre, grazie mille per questa intervista. Ho cominciato a scrivere canzoni da adolescente, all’inizio credo che fosse più un esperimento di autocoscienza, per molti anni non c’era un vero scopo se non indagare se ero davvero in grado. Era qualcosa che potevo fare da solo e nessuno mi obbligava: quindi lo facevo continuamente. Con il tempo penso di essere arrivato a uno stile in cui mi riconoscevo e da quando ho iniziato a fare i dischi e a esibirmi è scattato qualcosa di diverso, come se ci fosse un universo che sento il bisogno di popolare di storie, personaggi, paesaggi sonori. Ora scrivo meno, ma in modo molto più consapevole. E’ ancora un bisogno, ma se prima era solo istinto ora è un bisogno con una direzione. Quello che è rimasto uguale è certamente il tentativo di scrivere sempre qualcosa di migliore di quello che ho scritto precedentemente.

 

 

Come avviene il processo creativo di scrittura delle tue canzoni? Ti lasci influenzare dal mondo esterno o trovi sempre l’ispirazione dentro di te?

L’ispirazione è piuttosto misteriosa, penso che nasca dentro di me, ma che maturi molto lentamente in base a quello che avviene tutt’attorno. Certe volte c’è un particolare che mi attira che è alla base di un moto interno che può portare ad una canzone, che magari non c’entra poi nulla con l’idea di partenza. Quello che mi accorgo che è cambiato nel tempo è quanto lascio che le influenze e le immagini esterne diventino basilari nelle canzoni. All’inizio scrivevo pezzi molto più descrittivi di ciò che vedevo, negli anni sono più diventati dei viaggi interiori. Ma voglio riprendere il terreno della descrizione, perché sento che è il modo giusto per interpretare la realtà. Voglio uscire un po’ dalla psiche, tornare sulla terra.

 

 

“Itaca” è il tuo nuovo singolo. E’ un titolo che richiama allo stesso tempo l’idea del viaggio verso casa e del ritorno alle origini. Quali erano le sensazioni che tu provavi durante la scrittura del pezzo?

Itaca, come molti miei pezzi, ha avuto una genesi lunghissima. La base l’ho composta 2 o 3 anni fa, più tardi avevo provato a metterci testo e melodia, totalmente diversi da quelli attuali. Stava per entrare in “Nessuno Lo Deve Sapere”, ma non mi girava. L’ho abbandonata per più di un anno, e di recente l’ho riscritta totalmente. Ne è emerso un pezzo che anche a fronte del percorso di”Nessuno Lo Deve Sapere” parla di rimanere uniti, di farsi forza a vicenda e di sostenersi. Volevo proseguire con gli immaginari del disco e sono entrati tutti, dallo spazio al mare. Mi piace che hai parlato del ritorno alle origini perché a livello di realizzazione ho lavorato proprio come nelle mie prime canzoni. Forse anche per questo ho scelto un titolo che parla di tornare a ciò che si conosce. L’ho prodotta da solo, con aiuti tecnici del mio favoloso batterista e produttore Matteo De Marinis e del mio discografico Giacomo Zavattoni. Come sempre poi è arrivato l’immancabile Andrea De Bernardi per il master. Ci tengo a dire che la copertina, che è strepitosa, l’ha fatta il mio amico Michele Canziani, che con Eugenio Nuzzo aveva curato anche le altre grafiche.

 

Come si colloca “Itaca” nel tuo percorso artistico? E’ un prosieguo rispetto alle ultime uscite o è l’inizio di qualcosa nuovo?

Senza dubbio è un prosieguo, e stilisticamente e tematicamente sento che è la chiusa di un cerchio. Non per niente enfatizza quell’aspetto elettronico che ha dato le coordinate del mio ultimo disco. E’ un po’ la canzone che passa durante i titoli di coda. Ora sento nitidamente il bisogno di esplorare altri percorsi, forse tornando maggiormente al mondo alternativo.

 

Noi di Tutti Giù Parterre siamo molto legati al mondo del live. Puoi raccontarci quali sono le emozioni che senti prima, durante e dopo una tua esibizione dal vivo?

Ho suonato decine e decine di concerti in questi anni e ogni volta, dico davvero, è sempre come se fosse la prima. Prima di un concerto ho bisogno di talmente tanta concentrazione che spesso non capisco più la realtà, ho bisogno di stare da solo e anche se sono in mezzo alla gente è come se lo fossi! Le emozioni che si provano durante il concerto poi sono molto difficile da descrivere perché possono essere diversissime in base a pochissime variabili, ma soprattutto perché io sono convinto che non debbano esserci. Per come vivo un concerto, dovrebbe essere un momento di concentrazione, quasi di meditazione. Dopo lo show invece, indipendentemente da come sia andata, sono sempre molto molto molto felice.

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