Due sere di giugno, due esplosioni di vita. Napoli ha accolto Vasco Rossi a braccia aperte, trasformando lo Stadio Maradona in un tempio del rock per oltre 100.000 persone complessive. Il 16 e 17 giugno, il Blasco nazionale è tornato sul palco partenopeo con l’energia di sempre, regalando due concerti che più che live sembravano riti collettivi, incisi nel cuore di chi c’era.
E lui lo ha detto subito, con quella voce che è graffio e carezza insieme:
“Siamo qui per celebrare la vita.”
Un inizio da pelle d’oca con “Vita spericolata”, inno della filosofia di vita dietro al cantautore modenese, seguita da “Sono innocente ma…” e “Manifesto futurista della nuova umanità”, che mantengono alto il ritmo e il respiro del pubblico, pronto a lasciarsi travolgere.
Uno dei momenti più toccanti arriva con “Vivere”: Vasco si accascia all’asta del microfono, visibilmente emozionato in entrambi date. Una fragilità sincera, che rende il concerto ancora più umano e potente. Ed è solo l’inizio di un viaggio che alterna momenti riflessivi e rasoiate rock.
A colpire, oltre alla scaletta densa, sono i dettagli visivi e scenografici: in “Gli spari sopra”, i laser puntati verso Vasco simulano colpi che lo attraversano, in un gioco visivo che amplifica il significato del brano. Poi “Quante volte”, “Ed il tempo crea eroi”, “Un gran bel film” e “Vivere non è facile” aggiungono ulteriore profondità emotiva a uno show che è tutto tranne che prevedibile.
Nel mezzo, un interludio quasi psichedelico spezza un po’ il ritmo: suoni dilatati, luci ipnotiche, assoli di chitarre.
Poi si torna a correre, con l’esplosività di “Buoni o cattivi”, “Basta poco”, “Siamo qui”, e l’intramontabile “C’è chi dice no”, cantata da tutto lo stadio come se fosse la prima volta. Intensa anche “Io perderò”, prima di un medley potente che unisce sei brani storici — La strega, Cosa vuoi da me, Tu vuoi da me qualcosa, Va bene va bene così, e altre — tutte stoppate al primo ritornello. Una scelta che lascia l’amaro in bocca a chi avrebbe voluto sentirle per intero, ma che rende bene la quantità di materiale che Vasco ha alle spalle.
Il pubblico esplode di nuovo con “Rewind”, momento cult in cui tutto diventa festa e liberazione. Come da tradizione, alcune ragazze si mettono a ballare a seno scoperto. Vasco sorride, urla:
“Siete bellissime!” ed è subito delirio.
“E adesso che tocca a me” chiude la prima parte dello show. Vasco si prende una breve pausa, mentre lo stadio resta in attesa del colpo di grazia.
E arriva. Il bis è una sequenza emozionante e senza freni: “Senza parole”, “Sally” (sempre capace di spezzare e ricucire cuori), “Se ti potessi dire”, e poi “Siamo solo noi”, cantata da tutti come un urlo collettivo, un’invocazione liberatoria. Subito dopo, Vasco presenta uno a uno i suoi musicisti, con il tono affettuoso di chi sa che da solo, sul palco, non ci è mai stato davvero.
L’atmosfera si fa rarefatta con “Canzone”, che tocca corde profonde senza tempo. Poi arriva l’omaggio a Napoli con “Je so’ pazzo” di Pino Daniele. Vasco la introduce dicendo:
“È una canzone che avrei voluto scrivere io.”
Un tributo forse un po’ abusato negli ultimi anni da tanti artisti, ma che, nella voce del Blasco, suona comunque sincero.
Un tributo forse un po’ abusato negli ultimi anni da tanti artisti, ma che, nella voce del Blasco, suona comunque sincero.
Infine, “Albachiara”. L’evergreen. Il brano che da decenni chiude i suoi concerti e li trasforma in ricordi da custodire. Vasco si ferma, ascolta il pubblico cantare al suo posto. È il suo modo di dire “grazie”. Senza bisogno di parole.
Mentre lo stadio inizia lentamente a svuotarsi, negli altoparlanti risuonano “Brain Damage” e “Eclipse” dei Pink Floyd. Non è un caso: due brani che parlano di mente, fragilità e verità scomode, come ha sempre fatto anche Vasco, a modo suo. Dove i Floyd hanno guardato al cielo, Vasco ha sempre guardato in faccia la terra. E in fondo, entrambi hanno raccontato lo stesso viaggio: quello dentro di noi, tra le crepe e i sogni, tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere.
Cosa resta?
Resta Vasco. Resta una leggenda vivente, capace ancora di commuovere, provocare, scatenare, accarezzare e graffiare.
Resta una scaletta piena, ma anche con qualche mancanza — brani amati che avremmo voluto sentire, ma che forse ci regalerà la prossima volta. Perché sì, con Vasco c’è sempre una prossima volta.
Resta una scaletta piena, ma anche con qualche mancanza — brani amati che avremmo voluto sentire, ma che forse ci regalerà la prossima volta. Perché sì, con Vasco c’è sempre una prossima volta.
E ogni volta, è un’esperienza che non si dimentica.
A cura di Stefano STRE Crispino



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