The Zen Circus arrivano al Duel Club di Napoli e lo trasformano in un luogo dove può succedere di tutto: si ride, ci si commuove, si salta, si suda e, soprattutto, ci si riconosce. È il grande punto di forza di una band che da anni riesce a tenere insieme energia punk, scrittura profonda e un’ironia intelligente, quella che non smussa il dolore ma lo rende sopportabile.
Il concerto si apre con “Il male”, brano che dà il titolo al nuovo album e che mette subito le cose in chiaro, poi “La terza guerra mondiale” e “Catene” iniziano a spingere sull’acceleratore, mentre “Non voglio ballare” e “Vent’anni” scatenano le prime ondate di pogo, con un pubblico che risponde sempre come se quelle canzoni facessero parte della sua storia personale.
Uno degli aspetti più belli del live dei The Zen Circus è l’equilibrio perfetto tra spessore artistico e leggerezza. L’ironia è costante, mai fine a se stessa. Durante “Canzone di Natale”, Ufo si prende la scena con una gag ormai storica, che la band porta avanti da anni: la finta telefonata allo spacciatore, un momento surreale e volutamente sopra le righe che il pubblico accoglie come un rituale condiviso. Una parentesi divertente che scioglie la tensione e ribadisce quanto The Zen Circus abbiano ancora voglia di giocare e, per certi versi, di non prendersi troppo sul serio, pur raccontando cose serissime.
La scaletta è lunga, generosa, costruita con intelligenza. “Miao”, “Il fuoco in una stanza”, “Andate tutti affanculo” e “Ilenia” tengono altissima l’energia, mentre brani come “Vecchie troie”, “I qualunquisti” e “Novecento” mostrano tutta la capacità della band di osservare il presente e il passato con sarcasmo, rabbia e lucidità. Il pubblico canta tutto, senza distinzione tra pezzi più recenti e classici: segno di un repertorio che ha saputo attraversare gli anni senza perdere forza.
Non manca il lato più emotivo e toccante. “Il mondo come lo vorrei”, “Un milione di anni” e “Appesi alla luna” aprono momenti di sospensione, in cui il tempo sembra rarefarsi. È qui che emerge un’altra delle grandi qualità dei The Zen Circus: la capacità di commuovere senza retorica, di parlare di fragilità con una sincerità disarmante.
È il turno poi di “Figlio di puttana”, “Ragazzo eroe”, “Meglio di niente”, “Non” , “È solo un momento” che alternano, energia, sorrisi, lacrime, pogo e sudore, fino all’encore che chiude la serata nel modo più intenso possibile. “L’anima non conta” è uno di quei brani che colpiscono dritto al petto, lasciando il pubblico visibilmente scosso, prima dell’esplosione liberatoria di “Viva”, che saluta Napoli tra spintoni, sorrisi, abbracci e applausi scroscianti.
Il concerto dei The Zen Circus al Duel Club è la dimostrazione di quanto questa band sia ancora necessaria. Capace di far ridere e piangere nello stesso set, di non prendersi troppo sul serio senza mai perdere profondità. Con il nuovo disco “Il male”, The Zen Circus ci ricordano che un male esiste sempre, ma che quando è condiviso, cantato e vissuto insieme sotto un palco, può diventare un male necessario.
A cura di Stefano STRE Crispino



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