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RECENSIONE: “Tratto da una storia vera” di TACØMA

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L’uscita di Tratto da una storia vera colloca TACØMA in una zona precisa del panorama indipendente: quella degli autori che scelgono di rallentare, di ridurre il campo, di interrogare la propria scrittura prima ancora del proprio suono. Cinque tracce, nessuna ridondante, per un ep che non cerca l’effetto ma la tenuta.

Il lavoro nasce da un presupposto semplice e radicale: raccontare soltanto ciò che è stato vissuto, senza trasfigurazioni narrative. Il titolo non funziona come slogan, ma come delimitazione di campo. Non c’è finzione, non c’è costruzione simbolica: l’ep si muove dentro una dimensione di esposizione controllata, dove ogni scelta sembra misurata sul peso delle parole.

Dal punto di vista sonoro, TACØMA lavora su un equilibrio sobrio tra elettronica e scrittura cantautorale. Amore Immenso e Serena hanno anticipato questo assetto, ma inseriti nel flusso dell’ep perdono il ruolo di singoli per diventare elementi di una sequenza coerente. La produzione, condivisa con Lorenzo Dolci, evita qualsiasi saturazione: il suono resta caldo, mai invadente, spesso trattenuto.

L’ep non procede per climax, ma per avvicinamenti successivi. Mama introduce una dimensione più intima e sospesa, grazie al contributo di alto, mentre Il mio canto blue chiude il lavoro con una scelta che azzera ogni mediazione tecnica. La registrazione in presa diretta, in un’unica take, non è un gesto nostalgico, ma una dichiarazione precisa: fissare un momento così com’è, accettandone l’imperfezione.

Tratto da una storia vera non chiede empatia immediata. Chiede attenzione. È un ep che lavora per sottrazione, che rinuncia alla spettacolarizzazione dell’intimità e preferisce una forma di onestà silenziosa. In questo senso, rappresenta uno dei passaggi più consapevoli del percorso di TACØMA.

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