Si apre nel migliore dei modi la rassegna Beats of Pompei con una serata capace di trasformare l’Anfiteatro degli Scavi di Pompei in un luogo sospeso nel tempo. Sul palco arrivano gli Of Monsters and Men e bastano poche note di “Television Love” per capire che quella che sta per andare in scena non sarà soltanto un’esibizione, ma un’esperienza collettiva fatta di emozioni, silenzi ed emozioni.
Negli anni la band islandese ha progressivamente abbandonato parte dell’irruenza folk-rock che l’ha resa celebre, scegliendo di esplorare sonorità più morbide, intime e riflessive. Una trasformazione evidente anche nel concerto di Pompei, dove l’atmosfera ha spesso prevalso sull’impatto, senza però perdere un grammo della forza comunicativa che ha sempre contraddistinto il gruppo.
Il pubblico accompagna ogni brano con un rispetto quasi religioso. Un silenzio sorprendente, che colpisce persino gli stessi musicisti, più volte stupiti dalla concentrazione e dall’attenzione della platea. In un’epoca in cui spesso ai concerti si parla più che ascoltare, vedere migliaia di persone completamente immerse nella musica rappresenta sempre un piccolo miracolo.
La scaletta attraversa diverse fasi della carriera della band. “King and Lionheart” viene accolta con entusiasmo, mentre “Human” e “Kamikaze” confermano la direzione più introspettiva degli ultimi anni. Con “Alligator” l’energia cresce, ma è quando arrivano classici come “Dirty Paws” e “Crystals” che l’Anfiteatro sembra vibrare all’unisono.
Uno dei momenti più emozionanti della serata arriva naturalmente con “Little Talks”. Il celebre ritornello viene cantato da tutto il pubblico, trasformando il monumentale scenario di Pompei in un enorme coro sotto le stelle. È uno di quei momenti che ricordano perché alcune canzoni riescono a superare il tempo e le mode, nonostante la “viralità”.
Dopo “Visitor” la band lascia il palco tra gli applausi, ma è soltanto un arrivederci. Durante il bis accade qualcosa di speciale: Nanna Bryndís Hilmarsdóttir invita il pubblico ad alzarsi e ad avvicinarsi al palco. In pochi secondi la distanza si annulla e l’atmosfera diventa ancora più intima e partecipata. “Love Love Love” e “Fruit Bat” chiudono così una serata che sembra quasi una festa intima tra amici ma vissuta in uno dei luoghi più suggestivi del mondo.
Forse il concerto è stato troppo breve. O forse, più semplicemente, nessuno voleva che finisse.
Perché quando musica, luogo e pubblico riescono a trovare un equilibrio così perfetto, il tempo sembra sempre scorrere troppo velocemente.
La rassegna Beats of Pompei parte quindi con una serata di altissimo livello, affidata a una band che, pur avendo cambiato un po’ pelle nel corso degli anni, continua a possedere una qualità sempre più rara: la capacità di creare magia.
A cura di STRE (Stefano Crispino)



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