Con Vacuità, i Nevecieca firmano un debutto che lavora per sottrazione, trasformando il silenzio, l’instabilità e l’assenza in elementi centrali del linguaggio musicale. Il disco nasce da un’urgenza personale e collettiva, lontana da qualsiasi appartenenza forzata a una scena, e si muove tra minimalismo e tensione emotiva, tra istinto e riflessione. In questa intervista il trio racconta come un concetto filosofico sia diventato suono, quali scelte hanno guidato la produzione del disco e in che direzione immaginano l’evoluzione futura del progetto.
“Vacuità” è un concetto che può sembrare astratto ma nel vostro disco diventa materia sonora. Come avete trasformato questa idea in musica concreta?
(Edward) Il concetto di vacuità lo appresi leggendo un libro del Dalai Lama: spiegava che nulla esiste di per sé e che i problemi della vita diventano tali se siamo noi a far sì che lo siano. Nella stesura dei testi e della musica ho preso spunto da un momento della vita in cui sentivo l’urgenza di intraprendere un percorso che mi desse uno scopo concreto, senza più perdermi in frivolezze.
Nei brani emerge un equilibrio particolare tra minimalismo e tensione emotiva. Come nasce questo contrasto nel vostro processo di scrittura?
Ci viene del tutto naturale rimbalzare tra sonorità e atmosfere diverse. Forse facilita il fatto che noi tre abbiamo gusti molto differenti tra loro; ci affascina pensare che le nostre scalette non siano mai monocromatiche.
Il disco sembra raccontare ciò che rimane quando si toglie tutto il superfluo. Quali sono state le scelte più radicali o coraggiose durante la produzione?
La nostra idea è sempre stata quella di creare un disco che suonasse il più live possibile. Forse la scelta più radicale è stata non porci limiti e mischiare tutte le nostre influenze in un unico flusso. Se avessimo ritenuto opportuno fare una canzone con il violoncello, probabilmente l’avremmo fatto.
Qual è il ruolo del silenzio nel vostro modo di comporre? Lo considerate un elemento narrativo tanto quanto gli strumenti?
Spesso il silenzio, se dosato, può diventare molto importante. Abbiamo sempre preferito descrivere le emozioni in modo che chiunque si immerga nel nostro immaginario possa vederci quello che vuole.
La scena underground oggi sta vivendo un momento complesso ma necessario. In che modo sentite di farne parte e cosa sperate di portare con Vacuità?
In questo momento non sappiamo bene come identificarci all’interno di una scena. Ci è capitato di dividere il palco con altri artisti underground e speriamo che, con queste nuove uscite, si crei interesse e una valida alternativa alla musica italiana.
Dopo un debutto così identitario, come immaginate l’evoluzione futura di Nevecieca? C’è già una direzione che state esplorando?
Sicuramente sarà un’evoluzione di quello che abbiamo vissuto e sperimentato tra di noi. Magari ci saranno suoni più variegati ed estremi tra loro; ci stiamo già lavorando.



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