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Live Report || Risonanze future a Officina Pasolini

Cosa sta passando la musica? Cosa sta succedendo intorno a noi? Quando potrò nuovamente approdare ad un concerto? Non lo so proprio, cari amici lettori, una cosa però è certa, l’ultimo concerto a cui ho assistito in veste di giornalista vorrei proprio raccontarvelo per filo e per segno, anche perché, è proprio il caso di dirlo, chissà quando mi ricapita. 

Ho assistito con piacere il 18 ottobre, per l’esattezza durante una domenica che altrimenti mi avrebbe reso -come ogni domenica sera- spenta e amareggiata, al concerto di fine triennio di Officina Pasolini. 

Officina Pasolini è un laboratorio gratuito di alta formazione artistica e HUB culturale della Regione Lazio, con la supervisione artistica di Tosca. Tra le più ambite opportunità offerte oggi in Italia ai giovani artisti nel campo delle arti, dal 2014 ad oggi Officina Pasolini si è imposta nel mondo della formazione come un’eccellenza pubblica e gratuita.

L’8 novembre si chiude il bando a cui tutti i giovani aspiranti cantanti ed interpreti possono partecipare per candidarsi l’ammissione al biennio di formazione di Officina (se volete delle info qui www.officinapasoini.it).

Conoscevo solo alcuni degli artisti egregiamente presentati dal docente Paolo Coletta, e devo dire di essermi sentita inizialmente spaesata e sospesa. Il carnet di artisti in programma, tanto, forse troppo diversi da tutto l’universo sonoro a cui sono abituata, si sono esibiti con live band sfoggiando suoni e colori che non mi capitava di ascoltare da tempo. Definita come “non una serata di sintesi ma di analisi”, e -considerando l’iper comunicazione fluida che ci circonda quotidianamente – è tutto dire, motivo rilevante per spiegarvi la mia sensazione di estraniamento. 

Vi sto parlando di artisti che scrivono del sociale, con brani intimisti e delicati, ma pungenti. I 21 artisti che si sono esibiti sono per l’appunto gli studenti del Corso Di Canzone del Laboratorio di Officina Pasolini. Forse meglio descriverli uno ad uno, per dipingere meglio il quadro che ho avuto occasione di osservare così da vicino:

La prima ad esibirsi con il brano La melodia delle cose è Giulia Annecchino, “gli occhi più limpidi di Officina Pasolini”. Animo sensibile e grande curiosità nella ricerca e nella sperimentazione. Un’artista che decide coraggiosamente di poggiarsi su sonorità del passato per descrivere un presente, il suo, ricco di dolcezza ma non privo di osservazione. Dopodiché è il turno di Martina De Santis, appassiona di musica black sin dal principio. Inizia a scrivere in inglese, ma grazie anche ad Officina Pasolini si butta nella scrittura in italiano. Sta lavorando per dare vita ad un Ep. Il brano in questione è Mare calmo, un tuffo nel folklore, sino ad arrivare alle radici del paese. 

Poi tocca a Stefano Crialesi che si avvicina da giovane al mondo della musica attraverso il cantautorato italiano. Presenta il suo singolo  Freaks, che decide di descrivere, un po’ come De Gregori ne La donna cannone, un qualcosa che non lo coinvolge in prima persona, ma che sicuramente lo tocca nel profondo: la storia di una donna senza braccia. 

Giunge Marianne Leoni, cantautrice dall’ energia che lascia il segno; Se mi ami è un brano sincero e intimo, una boccata d’aria che strizza l’occhio a Mannarino con un’apertura nelle corde vocali di chi ama particolarmente condividere a cielo aperto. 

Tocca a Marta Giardina, interprete di rara espressività. Canta un brano scritto da Marianne Leoni, e lo fa con un’energia che non pensavo esistesse più nelle corde degli interpreti (forse a questo punto mi tocca fare ammenda, errore mio!), e lo fa con una voce cosi ben calibrata, con una naturalezza tale che, devo ammetterlo, mi ha spezzata in due. 

Sergio Andrei porta con se il brano Zingara, una dedica tutta al femminile, al mistero, al dolore e al buio della notte, alle strade sbagliate, all’ignoto. 

Ora è il momento del mio preferito -se posso dirlo, ops, troppo tardi, l’ho detto- Jacopo Troiani in arte Novecento. Lontanissimo anche lui dai miei ascolti elettronici/trap, mi ha fatto sentire una sensazione in pancia che non sentivo da un po’. È un cantautore romano, classe 91, che scrive le sue canzoni da quando ha 16 anni. Dopo aver vinto Castrocaro e partecipato a Sanremo Giovani, per diversi anni smette di esibirsi e di pubblicare canzoni continuando però a scrivere. Officina Pasolini per lui rappresenta un po’ un modo di ricominciare. Il suo brano è un viaggio, una presa di coscienza, uno stato d’animo riflesso nello specchio urbano che ci circonda quotidianamente.  

I nomi di città sono un gran classico, e di gran classe ne scrive, con la sua Verona, Jacopo Troiani.

Tocca ad Aurora, artista di rara sensibilità. La sua energia espressiva subito evidente prende vita nel brano scritto da Filippo Muscaritoli, Cuore di cane.  Amare è anche saper lasciare andare”, grazie Aurora per avermelo ricordato.

Tocca, subito di seguito, ad un cantautore casertano che affascina con i suoi brani. Pareti rosa è proprio l’immaginario indie (lasciatemelo passare amici, vi voglio bene), di cui avevo bisogno al momento giusto. Gabriele Minino è un cantautore moderno, un vero cantautore moderno. 

Ludovica Mannoni è entrata a Officina Pasolini come interprete; voce soave, costruita naturalmente sul brano che ha scritto per l’occasione, scoprendosi anche autrice con ottimi primi risultati: Passiflora, un fiore, che possiede allo stesso tempo robustezza e fragilità. Le due qualità non potrebbero esistere l’una senza l’altra, il loro equilibrio da’ luce ad una canzone che riesce a danzare armonicamente nell’aria senza toccare mai terra.

Architetto prestato alla musica, o artista prestato all’architettura:, Filippo Muscarioli porta con se il brano Sfinge, parlando di sottrazione, buchi in pancia, sensazioni forti e ben espresse. 

Subito dopo tocca a Chiara Bruno, una giovanissima cantautrice di Palermo. Un treno partito dalla Sicilia qualche anno fa, senza nessuna intenzione di fermarsi. Insistere e resistere gioca su due forze che si contrappongono, come fossero legate ad una fune. Praticamente una canzone che parla di tutti, nessuno escluso. 

Tocca ad Umberto Scaramozza, entrato ad Officina Pasolini come compositore e chitarrista. Non c’è voluto molto prima di renderlo anche autore, oltre che compositore, dei suoi brani. Con Non bisogna parlarne, decide di non dimenticarsi come comunicare.

Marco D’Andrea porta un brano intitolato Prima Pagina, ironico, racconta con onestà tutto ciò che non ha rinviato, ma soprattutto tutto ciò che ha dovuto rinviare. 

Tocca di seguito a Paola Consagra che porta il brano Da qui, nel quale racconta il tempo che assume diverse forme, il tempo sospeso, il tempo si materializza nella paura, nel buio di un letto. 

Arriva il momento di Samia Pozzabon, vero puro talento impetuoso, con Piove: momento di consapevolezza dove all’interno vi è una presa di posizione nei confronti di se stessi. 

Sale, Eugenio Saletti all’anagrafe, è uno dei pochi artisti che già avevo avuto il piacere di ascoltare: con il brano Deja vu sorprende nel suo, non si muove verso altri orizzonti ma decide di spaziare nella sua zona di confort portando in tasca la consapevolezza di essere un animale raro, in via d’estinzione oserei dire. 

Tocca a Claudio Orfei, sonorità provenienti dai boschi dell’est. Non pensavo di ascoltare qualcosa di simile nel 2020, e invece… eccolo con Tra bene e male, una favola delicata, un racconto che esplora nuove parti di sé. 

Lorenzo De Angelis decide di sorprendere con il brano P.M.I. Un grande ascoltatore, che traduce quanto incamera nella sua scrittura. Una sorta di spugna creativa con la sua “prigione di massima insicurezza”, porta su un piano leggero una condizione di reclusione da se stessi.

In chiusura vediamo attraversare il palco dall’energia prorompente di Daniela Mirenghi con Qualcosa non va, pasticcera nella vita, mamma a tempo pieno e visionaria di professione. Suoni elettronici riportati ad uno stato puro di frizzantezza particolare e spiazzante. 

Ed eccoci qui con il mio altro artista preferito della serata: devo ammetterlo, già conoscevo il giovanissimo ventiduenne Lorenzo Lepore. Un talento allo stato puro, con Niente di che, conferma l’idea che già avevo di lui; speciale, Lepore si dimostra nuovamente un artista speciale, una pietra rara, un animo gentile e pungente.

La serata ben riuscita merita una menzione speciale rivolta ai musicisti che hanno suonato tutti i brani in scaletta, un gruppo di strumentisti d’eccezione che ha accompagnato i ragazzi:al  pianoforte e tastiere Pietro Cantarelli, pianista di Tosca e autore del brano “Ho amato tutto” portato a Sanremo 2020, Aidan Zammit, polistrumentista e compositore, dal 2014 nella band di Claudio Baglioni, basso e contrabbasso elettrico Pierpaolo Ranieri, tra i più stimati bassisti italiani, la batteria di Marco Rovinelli (Bersani, Zarrillo, Massimo Ranieri), le chitarre di Umberto Scaramozza e Piero Fabrizi –direttore artistico e responsabile degli arrangiamenti, il sax e flauto di Michael Rosen.

E che si torni a suonare di nuovo, dal vivo, presto, prestissimo. 

 

 

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