Dopo alcuni anni di silenzio discografico, Lamine torna con Fast Food, un disco che segna una ripartenza significativa e al tempo stesso misurata. Non si tratta di un ritorno spettacolare o di una dichiarazione eclatante, ma di un lavoro costruito con attenzione, capace di tenere insieme materiali diversi, esperienze accumulate e frammenti di progetti precedenti, trasformandoli in un corpo coerente e riconoscibile. L’album si presenta come un percorso stratificato, dove parola, voce e costruzione sonora dialogano tra loro senza semplificazioni, e in cui ogni scelta espressiva è funzionale a un discorso più ampio.
Fast Food non segue una logica lineare di sviluppo, ma privilegia un approccio per accenni e dettagli, in cui la voce resta al centro, costante, incisiva e mai decorativa. La scrittura rifugge da spiegazioni didascaliche: suggerisce, apre spazi di interpretazione, lascia margini all’ascoltatore e costruisce una relazione attiva tra chi compone e chi ascolta. È un album che richiede attenzione, perché la sua forza non sta in effetti immediati o ritornelli da ricordare subito, ma nella capacità di attraversare la complessità senza perderne il filo.
Dal punto di vista sonoro, il disco si muove tra essenzialità e stratificazione. Gli arrangiamenti, calibrati da Francesco “Fuzzy” Fracassi, evitano ogni ridondanza e sostengono la voce senza mai sovrastarla. Lamine lavora con materiali eterogenei, ma li integra con precisione, dando forma a un insieme coerente che riesce a reggere la pluralità di registri senza apparire dispersivo. Questa attenzione al dettaglio crea un ambiente in cui la parola può muoversi liberamente, e in cui la tensione interna dei brani trova la sua giusta dimensione.
Ci racconti la genesi di “Fast Food”?
Nasce dalla rabbia e dall’impossibilità di fare. Poi si trasforma in attivazione di meccanismi di sopravvivenza, come succede ora nel mondo. E infine in rinascita.
Come scegli quali frammenti diventano canzoni e quali restano “scarti”?
Non è escluso nessuno scarto, l’idea del Fast Food è proprio legata all’assemblamento quasi senza criterio. La sfida era cosa sarebbero diventati, non nel cosa erano prima.
Tutti gli scarti sono stati il punto di partenza per le canzoni, sono stati rielaborati da “Fuzzy” del Quadraro Basement, dove è stato prodotto il disco, e riformulati. Lui ha fatto un gran lavoro.
Fast Food nasce dalla volontà di dire qualcosa di necessario. Quanto la parola guida la costruzione dell’album?
Le parole sono la prima vera necessità. È per questo che ho potuto adattarle musicalmente a qualsiasi cosa. La forma, lo scarto inziale serviva da contenitore. Non mi interessava ci fosse un’orcherstra o che tipo di melodia avesse. Per questo alla fine è quasi parlato. Le melodie sono dritte. Non cercano gingilli. Non sono canzoni, in quel senso.
Il disco alterna fragilità e durezza. Come decidi quale lato mostrare in ogni traccia?
Di pancia, non credo di decidere davvero. Credo di cogliere quello che accade, durante il processo.
La necessità di comunicare sembra un filo conduttore in tutti i brani. Quanto la scrittura è influenzata dall’urgenza emotiva?
Totalmente.
La frattura e la velocità sono elementi ricorrenti. Come si traducono nella tua performance vocale e musicale?
La voce sarà dritta e ferma. E credo anche io, con qualche errore del sistema…
Guardando a Fast Food come progetto complessivo, quali sensazioni vuoi che restino nell’ascoltatore?
Dissociazione. Empatia. E che si senta meno solo, pensando a quanto siamo tutti soli, in fondo.
Pensando al live, quanto questi elementi visivi e sonori influenzeranno le performance dal vivo?
Sto progettando il live in questi giorni. Siamo 3, siamo vestiti di bianco. Abbiamo poche cose. Per ora non posso dirti altro. Ti invito alla presentazione del disco, forse sarà un flash mob.



What do you think?