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Imagine Dragons a torso nudo e senza filtri al Maradona

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È sabato sera e lo stadio Diego Armando Maradona accoglie gli Imagine Dragons con un entusiasmo che si sente nell’aria già dalle prime ore del pomeriggio. Quando finalmente si spengono le luci e parte “Fire in These Hills”, lo stadio esplode: il primo scoppio di coriandoli, giochi di luce sparati a raffica e una produzione visiva che fa subito intuire una cosa chiara — stasera sarà uno degli spettacoli più belli mai visti al Maradona, almeno a livello scenico.
Un Dan Reynolds a petto nudo si muove lungo la passerella centrale che attraversa il pit, coinvolge, urla, canta con tutto il corpo. Ma c’è anche un piccolo “contro”: chi è nelle prime file, proprio accanto al palco, si ritrova spesso a vedere solo la sua schiena. Un dettaglio che non rovina certo l’esperienza, ma che si fa notare.
Con “Thunder”, secondo brano in scaletta, l’atmosfera cambia tono: il pubblico si scatena per davvero, e anche la band si scioglie. I cori si alzano fortissimi e le luci, sincronizzate a ogni battito, rendono tutto più epico. Subito dopo arriva “Bones”, un altro singolo potentissimo che conferma quanto sia ormai ampio e riconoscibile il suono degli Imagine Dragons.
La sorpresa arriva con “Take Me to the Beach”, preceduta da un intro di chitarra che aggiunge un tocco quasi da festival pop, mentre sul prato rimbalzano beachball giganti e altri palloni lanciati dal pubblico. A questo punto lo show è in piena corsa, e con “Shots” (proposta in versione remixata dal Broiler), si balla davvero. Il pubblico è totalmente dentro il ritmo.
Con “I’m So Sorry”, preceduta da un assolo di basso, la band mostra il lato più aggressivo del proprio sound. Poi, quando parte “Whatever It Takes”, l’energia si sposta su quel terreno a metà tra determinazione personale e urlo collettivo che ha reso famosa la band.
A metà concerto, tutto si ferma per un momento intimo: Dan canta “Next to Me” in versione acustica. Una bolla di dolcezza e semplicità in mezzo allo spettacolo mastodontico. L’atmosfera resta sospesa anche con “I Bet My Life”, cantata a squarciagola da un pubblico ormai completamente coinvolto.
Poi arriva il primo vero picco emotivo: “Bad Liar”. Luci basse, coriandoli che sembrano lacrime, e la voce di Dan che si fa quasi rotta. È uno di quei momenti in cui lo stadio sembra fermarsi, e tutti — ma proprio tutti — cantano insieme.
Dopo “Wake Up”, che regala un attimo di respiro, arriva una delle performance più spettacolari della serata: “Radioactive”, con un drum battle finale tra Dan e il batterista Daniel Platzman. Un momento che mescola sudore, muscoli e ritmo tribale. Subito dopo, Dan si siede al piano per introdurre “Demons”, in un altro momento più riflessivo che emoziona.
“Natural” riporta la grinta, seguita da “Walking the Wire”, introdotta da un discorso toccante di Dan sui temi della depressione e della terapia. È un momento che va dritto al cuore: parole semplici ma sentite, che il pubblico accoglie con rispetto e applausi.
La parte finale della scaletta è una raffica di brani amati dai fan: “Sharks”“Enemy”“In Your Corner”“Birds”. Tutti accompagnati da giochi di luce mozzafiato e, ancora, da coriandoli — tantissimi — che piovono più volte durante il concerto, mai a caso, sempre perfettamente in sincrono con la narrazione visiva.
Chiude tutto Believer, un vero inno da stadio, urlato e ballato fino all’ultimo secondo. È l’ennesimo tripudio di luci e cori, l’ultima scarica di adrenalina che i fan si portano via addosso.
C’è un’unica assenza che fa un po’ storcere il naso: “Top of the World”, inspiegabilmente esclusa dalla scaletta di questo tour. Un pezzo che sarebbe stato perfetto per l’atmosfera della serata.
Gli Imagine Dragons confermano di essere una delle più solide e spettacolari realtà pop mondiali. Dan Reynolds, autentico animale da palcoscenico, si mette a nudo nelle canzoni come nel corpo, e guida la band in uno show che è insieme potente, emotivo e visivamente memorabile. Napoli risponde con cuore, voce e partecipazione: lo stadio Maradona si trasforma per due ore in un luogo di pura energia, emozione e condivisione.
Un concerto che non è solo da ricordare, ma da rivivere. Anche solo chiudendo gli occhi.
A cura di Stefano STRE Crispino

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