Mamma ho perso i neuroni rappresenta un passaggio significativo nel percorso di Gualtiero, non solo per ciò che racconta, ma per il modo in cui sceglie di farlo. Il singolo si muove su un equilibrio preciso tra ironia e consapevolezza, utilizzando un titolo immediato e riconoscibile come chiave d’accesso a un discorso più ampio. Dietro il gioco di parole e il riferimento cinematografico, emerge un racconto che parla di smarrimento, giudizio e identità, temi che da tempo attraversano la scrittura dell’artista.
Il brano affonda le sue radici in un rap di matrice anni ’90, arricchito da influenze reggae, funk e rock che fanno parte del bagaglio musicale di Gualtiero. Questa stratificazione sonora non è mai decorativa, ma funzionale al racconto, sostenendo un testo che procede per immagini e riflessioni dirette. Mamma ho perso i neuroni si sviluppa come un flusso di pensieri, dove l’ironia diventa uno strumento per affrontare una realtà complessa senza appesantirla. La figura della “mela marcia”, centrale nel brano, assume un valore simbolico forte, trasformandosi da etichetta negativa a dichiarazione di appartenenza e rivincita.
Il singolo si inserisce in un percorso artistico costruito nel tempo, fatto di collaborazioni, esperienze collettive e una costante attenzione alla dimensione del live. In questo contesto, Mamma ho perso i neuroni non appare come un episodio isolato, ma come una sintesi di elementi già presenti nella scrittura di Gualtiero, rielaborati con maggiore chiarezza e maturità. Il brano mette in evidenza una volontà precisa: raccontare se stesso senza maschere, mantenendo un linguaggio accessibile ma mai superficiale.
Il tuo nuovo singolo Mamma ho perso i neuroni alterna ironia e riflessione. Qual è stata la scintilla che ti ha portato a scriverlo?
Sono partito dal titolo per una volta e di lì è nato tutto. Mamma ho perso i neuroni è nata un pó per gioco con la stesura del testo allontanandomi completamente dal film anni ‘90 rivolgendomi verso quel pubblico che ha dei pregiudizi verso il prossimo.
Nel testo giochi, ma affronti anche temi personali. Come hai bilanciato leggerezza e introspezione?
Come quasi in tutte le mie canzoni mescolo quasi sempre un po’ di ironia quando parlo di me stesso. Mi piace appunto giocarci su, non bisogna mai prendersi troppo sul serio, si finisce per diventarlo per davvero e quel mondo che vogliamo vedere colorato sennò lo vedremo bianco e nero. Come è forse?
No, non ci credo ancora.
Il brano prosegue la tua ricerca di un linguaggio diretto e riconoscibile. Quanto conta per te l’autenticità nella scrittura?
Da 1 a 10 direi 10! Non sono un fan delle cover band, preferisco un gruppo musicale che suona peggio e che ha dei testi mediocri ma originali a una cover fatta bene. Sarà perché non sono un musicista, sarà perché non sono un gran cantante e forse sarò di parte, ma preferisco l’originalità alle brutte copie.
Nel tuo percorso convivono rap anni ’90, reggae, funk, rock e pop. In che modo queste influenze entrano nella produzione dei nuovi brani?
Non mi è mai piaciuto un genere e basta, non sono un famoso “purista” mi piace variare ma coerentemente con le mie idee, i miei pensieri mantenendo il mio stile sia canoro che quello della scrittura.
Però diciamo che se con il rap anni ‘90 sono nato e con il reggae sono cresciuto, che adesso rivaluto anche altri generi per poter mashare ogni mio pezzo.
La figura della “mela marcia” torna come simbolo identitario. Cosa rappresenta oggi per te questa immagine?
Motivo di orgoglio, meglio una mela marcia se così è definita dalle presunte mele “buone” che poi alla fine si rivelano quasi sempre scontate e senza sapore. Noi mele marce possiamo essere cattivi, ma abbiamo un passato che ci ha permesso di essere originali, mentre le mele buone sono un po’ come le cover band.
Stai vivendo un periodo ricco di collaborazioni. Quali sinergie artistiche ti hanno influenzato maggiormente negli ultimi anni?
Le collaborazioni fanno sempre bene, proprio in queste settimane ho avuto l’onore di fare un featuring in studio con i Sandalo, dei quali sono un grande fan da circa 15 anni e mi sono accorto che mentre io imparavo da loro, loro erano curiosi di collaborare con un altro mondo dal momento che fanno rock. Come mai faccio tante collaborazioni? Perché non si smette mai di imparare. Poi penso al perché gli artisti musicali mi dicono si ad una collaborazione. Mi sono risposto che “La mia gente mi vuole bene e io voglio bene a loro”. O forse provano solo compassione? Chissà!



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