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Giuliano Golfieri e Ælettra: quando l’AI diventa linguaggio musicale

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Si intitola “Let me fall” il nuovo singolo e video del progetto AI-assisted AElettra. Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale applicata alla musica, il progetto Ælettra occupa una posizione che sfugge alle semplificazioni. Non si colloca nel territorio della provocazione fine a se stessa, né in quello della sperimentazione tecnologica autoreferenziale. Ælettra è piuttosto il risultato di un percorso personale e artistico preciso, che trova in Giuliano Golfieri il suo centro propulsore. Musicista, scrittore e innovatore tecnologico, Golfieri ha dato vita a una musicista AI che non sostituisce l’autore umano, ma ne amplifica il campo espressivo.

Il nuovo singolo Let Me Fall rappresenta un passaggio significativo all’interno di questo progetto. Adattamento in lingua inglese del brano di apertura dell’album Uno di noi Due, il pezzo non nasce come semplice traduzione, ma come riscrittura consapevole, pensata per preservare senso, intensità emotiva e struttura metrica dell’originale. L’operazione mette in luce uno degli aspetti centrali del lavoro di Golfieri: l’attenzione alla parola come veicolo di significato, anche quando viene filtrata attraverso strumenti di intelligenza artificiale.

Sul piano sonoro, Let Me Fall si muove in un territorio alternative rock che richiama precise coordinate culturali, mentre sul piano narrativo affronta un tema intimo e universale: il dolore legato alla perdita e il momento, fragile e necessario, del lasciar andare. Un racconto che trova ulteriore profondità nel videoclip, concepito come un breve cortometraggio e realizzato attraverso un workflow AI altamente strutturato, in cui ogni scelta visiva risponde a un disegno narrativo coerente.

 

Let Me Fall affronta il dolore e l’ansia legati a una perdita imminente: quanto è stato complesso tornare su un’esperienza così intima? 

È stato faticoso, come riattraversare un deserto emotivo fatto di immagini che avevo accantonato per sopravvivere. La differenza, questa volta, è stata avere uno scopo: non rivivere il dolore fine a sé stesso, ma dargli una forma narrativa. Scrivere il brano mi ha costretto a rientrare in quel territorio congelato per restituirgli un senso e una direzione.

Hai raccontato che questo percorso nasce da una vicenda vissuta in prima persona: scrivere e produrre il brano ti ha aiutato a rileggerla con maggiore lucidità? 

Sì. Ho perso mio padre nel 2020. L’ultima immagine che ho di lui è l’ambulanza che lo portava via verso l’hospice; dopo quel momento non l’ho più visto. All’epoca ero bloccato, incapace di esternare davvero ciò che provavo.

Il processo creativo è stato una traduzione emotiva: attraverso Ælettra ho dato voce a sentimenti che, come persona, non ero riuscito a mostrare, osservando quel dolore dall’esterno per trasformarlo in qualcosa di condivisibile.

In che modo la distanza temporale dagli eventi ha inciso sulla forma finale del pezzo? 

È stata fondamentale. Se avessi scritto il brano subito dopo la perdita, sarebbe stato probabilmente solo un grido disordinato. A distanza di anni è diventato un racconto strutturato, capace di accompagnare chi ascolta dall’ansia fino all’accettazione. Il tempo non cancella il dolore, ma permette di costruirgli attorno una narrazione.

Pensi che la mediazione dell’AI abbia reso più accessibile o più filtrata l’espressione di queste emozioni? 

L’AI non ha agito da filtro, ma da amplificatore. È diventata un’estensione che mi ha permesso di trasformare un vissuto intimo in un linguaggio universale. Delegare l’interpretazione a una voce “altra” mi ha aiutato a guardare il mio dolore dalla giusta distanza per raccontarlo senza anestetizzarlo.

Non sostituisce l’umano, ma rende le emozioni più leggibili: paradossalmente, la mediazione tecnologica ha preservato l’autenticità dell’intenzione rendendola però più comunicabile.

Che tipo di risposta ti aspetti da un pubblico internazionale rispetto a un tema così universale? 

Spero in un’empatia profonda. La perdita e il “lasciar andare” toccano tutti, indipendentemente dalla cultura. L’uso dell’inglese non è una scelta commerciale, ma un ponte per superare le barriere linguistiche e far risuonare questa storia ovunque.

C’è anche una rivincita personale in questo: negli anni ’90, con la mia band, raggiungere un pubblico globale era utopia. Oggi lo streaming rende reale questa possibilità: condividere un vissuto intimo con persone lontanissime, unite solo da un’emozione riconoscibile.

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