Nel racconto di DINìCHE, il palco non è solo performance, è esposizione emotiva. IN TIEMP’ (ON TIME) nasce da un istinto che rifiuta le gabbie, un’urgenza di sperimentare suoni e parole fino a trovare un equilibrio personale. Dopo aver condiviso il palco con artisti affermati e calcato piazze simboliche, la cantautrice sceglie ora la dimensione del tour come spazio di contatto diretto. Le sue canzoni attraversano la quotidianità e la trasformano in esperienza collettiva, guidate da un’idea di amore che non si lascia definire.
In questa intervista, DINìCHE si racconta come artista e come donna, nel momento esatto in cui il tempo smette di essere misura e diventa presenza.
Esporre la propria fragilità a volte può essere spaventoso. Quanto è difficile portarla su un palco?
All’inizio fa paura, perché il palco è un luogo dove spesso si pensa che il pubblico cerchi la perfezione. Per molto tempo ho vissuto ogni live con ansia, col timore di sbagliare o di non essere impeccabile. Poi, però, ho capito che la sincerità e la fragilità sono parte integrante dell’esperienza artistica. Mostrarsi vulnerabili davanti a chi ti ascolta trasforma il concerto in qualcosa di magico e intenso. In ogni mio live oggi cerco di essere la versione più reale di me stessa: solo permettendo agli altri di entrare nelle mie crepe, riesco a trasportarli davvero nel mio mondo.
Hai mai avuto paura che la sperimentazione potesse allontanare il pubblico?
La paura c’è sempre, ma la curiosità è più forte. Credo che il pubblico sia molto più aperto di quanto l’industria discografica voglia farci credere. Sperimentare per me significa rispettare chi mi ascolta, offrendogli qualcosa di non scontato, un paesaggio sonoro in cui perdersi. Se cercassi solo il consenso, smetterei di essere sincera, e la mancanza di sincerità allontana le persone molto più di un suono insolito.
Che rapporto hai con il tempo? Come vivi il suo scorrere e che cosa significa per te essere “in tempo”?
Il tempo è il mio compagno di viaggio più complesso. Spesso lo viviamo come un nemico che scappa, ma io cerco di abitarlo come uno spazio circolare. Essere ‘in tiemp’’ per me non significa arrivare puntuali a un appuntamento, ma essere pienamente presenti a sé stessi. Siamo noi gli artefici delle nostre azioni: restare ancorati al presente è l’unico modo che abbiamo per vivere davvero a fondo questa esperienza così fragile e breve che ci è stata concessa.
Dopo aver aperto concerti importanti, cosa hai deciso di fare in modo completamente diverso nel tuo tour?
Le aperture dei concerti mi hanno permesso di approcciarmi al pubblico, di imparare a scandire i tempi e di capire cosa funziona e cosa va evitato in un live. In questo tour, la mia priorità è diventata prendermi cura di ogni singolo brano, affinché possa essere davvero condiviso e compreso. Non ho avuto paura di inserire una cover nel set, né di dare spazio a pezzi lenti che ‘tozzano’ con la velocità e l’energia della maggior parte della mia scaletta. Ho scelto di dare priorità al racconto e molto meno al bisogno di compiacere.
Quando il tour finirà, cosa speri resti addosso a chi ti ha ascoltata?
Mi piacerebbe che le persone tornassero a casa sentendosi un po’ meno sole nelle loro complessità e unicità. Se anche una sola mia parola, o un mio suono, riuscirà a vivere nei loro pensieri il giorno dopo, allora il viaggio sarà valso la pena. Vorrei lasciare un senso di appartenenza e di accoglienza, quel calore che noi napoletani sappiamo trasmettere in modo profondo.



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