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Filastrocche grottesche per tempi ansiosi | Intervista ai DEAR BONGO

C’è qualcosa di disturbante e al tempo stesso giocoso nel nuovo disco Dear Bongo.

In “All the good-hearted people have a dumb face”, le loro canzoni prendono la forma di filastrocche, quelle che si imparano quasi senza accorgersene nei momenti di stanchezza o sovraccarico, e le spingono fino a farle incrinare, trasformandole in contenitori fragili per un presente tutt’altro che leggero. Dentro si muove un’ansia concreta, quotidiana, fatta di corpi che cambiano, responsabilità che si accumulano e notti interrotte. In questo rappresentazione, l’italiano resta sullo sfondo (per prediligere invece inglese, francese e tedesco) come una lingua carica di urgenze quotidiane da cui, almeno quando si suona, prendere distanza.

Ne emerge un disco che va alla ricerca di una verità imperfetta, la stessa che la band rincorre costantemente tanto nel suono, quanto nell’immaginario visivo e nelle performance.

Da dove nasce l’esigenza di usare una forma apparentemente infantile come la filastrocca per raccontare una realtà così inquieta?
Nasce dal fatto che le filastrocche sono le prime cose che impariamo a memoria quando siamo stanchi, sopraffatti o con le mani occupate tipo mentre prepari la cena, fai i compiti con tuo figlio e rispondi a tre vocali insieme. Sono strutture semplici che reggono il caos. E poi diciamolo: l’infanzia non è mai stata davvero innocente, è solo raccontata così. Noi prendiamo quella forma e la lasciamo incrinare, come quando sorridi mentre stai per perdere la pazienza.

In questo disco avete deciso di raccontare l’ansia della contemporaneità. Voi come sentite di viverla?
L’ansia per noi è molto concreta: bollette, figli, corpi che cambiano, tempo che manca sempre. Non è un concetto astratto. È una cosa che ti sveglia alle 3 di notte e poi alle 7 devi comunque funzionare. Cantarla insieme è l’unico modo che abbiamo trovato per non farla diventare silenzio.

Cosa nasce prima nei vostri brani, la parola o il suono? E che rapporto c’è tra i due?
Spesso nasce il respiro. Sembra una risposta mistica, ma è proprio così: una specie di ritmo interno, quasi fisico. Poi sopra si appoggiano parole che a volte arrivano già rotte. Il suono non accompagna il testo e il testo non spiega il suono: si tengono per mano mentre attraversano qualcosa che non controlliamo del tutto.

La decisione di usare più lingue un modo per ampliare l’ascolto o per destabilizzare i sensi?
Diremmo entrambe, ma con una sfumatura: non ci interessa essere capiti ovunque, ci interessa che si senta qualcosa anche quando non si capisce. Le lingue per noi sono come stanze diverse della stessa casa: alcune sono accoglienti, altre ti mettono a disagio. E a volte è proprio lì che succede qualcosa di interessante.

A proposito di lingue: perché avete scelto di tenere da parte l’italiano?
Perché è la lingua in cui ci chiedono “hai fatto questo?”, “hai pagato quello?”, “puoi occuparti di…?”. L’italiano per noi è carico di responsabilità quotidiane. Metterlo da parte è stato un modo per trovare uno spazio dove non dover rispondere subito a qualcosa. Non è un rifiuto, è una pausa.

Viviamo in un’epoca in cui, anche quanto si parla di musica, è importante l’impatto visivo. Quanto è importante per voi costruire un immaginario visivo coerente con il suono?
È importante, ma non nel senso della perfezione. Il nostro immaginario è fatto di cose vere: occhiaie, divise un po’ strette, scarpe comode, glitter messi male. Ci interessa che quello che si vede abbia lo stesso grado di verità di quello che si sente. Se il suono è incrinato, anche l’immagine deve esserlo.

Avete qualche live in programma per i prossimi mesi?
Concerti e performance in spazi non convenzionali, con un coinvolgimento attivo del pubblico. Progetti in contesti quotidiani come scuole serali e palestre, dove la voce diventa necessaria. Nuovi materiali in lavorazione e un possibile rituale collettivo all’aperto nei mesi più caldi.

 

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