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CCCP all’Ex Base Nato di Napoli – Live Report

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«Siamo i CCCP – fedeli alla linea», e stavolta la linea si piega, si contorce, si fa spirale di memoria e spettacolo. All’Ex Base Nato, luogo già carico di suggestioni post-industriali e fantasmi geopolitici, i CCCP celebrano sé stessi e il proprio pubblico in uno dei ritorni più carichi di senso dell’estate musicale italiana. Non è un concerto, è un avanspettacolo sovietico punk, un rito collettivo che vibra tra ideologia, teatro, disincanto e fede—nella musica, nella parola, nel tempo.
Lo show si apre con “B.B.B”, e il pubblico, eterogeneo e affascinato, capisce subito che non assisterà a una semplice sequenza di brani, ma a un’operazione storica viva e pulsante. “Aja ljubljiu SSSR” risuona come un’invocazione dadaista, poi “Rozzemilia” piazza subito l’Emilia rossa come centro del mondo e del ricordo. “Tu menti” riporta a galla uno dei momenti più obliqui del repertorio, mentre “Per me lo so” è il primo sussulto collettivo: urla, braccia al cielo, occhi lucidi. Napoli non dimentica.
La scaletta è una mappa emotiva costruita con lucidità chirurgica e anarchia espressiva: “Morire”“Stati di agitazione” e “Libera me Domine” sono tre colpi in sequenza, liturgici e disturbanti. Ogni brano è introdotto, commentato o interrotto da siparietti ironici, monologhi surreali, saluti militari, richiami mistico-popolari. Giovanni Lindo Ferretti è sciamano e attore, minaccia e carezza. Zamboni guida l’insieme con la freddezza del costruttore. Fatur e Annarella – sì, loro – incarnano ancora lo spirito dada-marxista dell’operazione.
Il momento più spettacolare arriva con l’accoppiata “MACISTE contro TUTTI” (preceduta da un’intro in puro stile Reclame) e “Oh! Battagliero”, seguiti dal trittico farmacologico “Valium Tavor Serenase” che trasforma il palco in un delirio farmacopolitico. Poi “Radio Kabul”“Punk Islam” e “And the Radio Plays” trasportano tutto verso una zona di guerra e poesia, con “C.C.C.P.” e “Curami” che esplodono in danze catartiche e pogo.
“Emilia paranoica” è l’apice: urlo collettivo, liturgia industriale, ossessione emiliana trasportata in riva al Golfo. E quando arriva la malinconica cover di “Bang Bang (My Baby Shot Me Down)”, il pubblico applaude in silenzio, colpito dagli “spari” della canzone. Ne segue – guarda caso – “Spara Jurij”, poi è il turno di “Vota Fatur”. Il primo encore parte con “Reclame”, con presentazione di tutta la band. Poi Annarella commuove, “Mi ami?” resta solo una promessa: l’intro è dolce ma non si va oltre (peccato davvero).
Poi arrivano “Io sto bene”“Allarme” e “Noia”, che sembrano scrollare il pubblico dalle spalle: è il corpo che si riattiva, è l’energia che chiude il primo sipario.
“Amandoti” chiude tutto con una dolcezza estrema, fuori registro, ma perfettamente coerente con la confusione calcolata che i CCCP hanno sempre portato in scena.
Non è un revival, non è una nostalgia da indossare: è una performance viva, dove la musica è solo una delle lingue parlate. Il pubblico – dai 18 ai 70 anni, e nessuno che sembri fuori posto – canta, balla, ascolta, ride, si commuove.
CCCP sono tornati con la loro Ultima chiamata, e tutti noi speriamo davvero che non sia davvero così.
A cura di Stefano STRE Crispino

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