Il tuo nome segna una svolta significativa nel percorso di Le rose e il deserto, progetto musicale del cantautore Luca Cassano. Il brano affronta il tema della perdita e della memoria con una sensibilità che unisce scrittura poetica e attenzione per l’arrangiamento. Cassano racconta l’atto di pronunciare il nome di chi non c’è più come gesto capace di ricucire, anche solo per pochi istanti, la lacerazione lasciata dall’assenza. Il risultato è una canzone intensa, in grado di parlare a chiunque abbia conosciuto il dolore di un distacco, ma anche di offrire un orizzonte di speranza.
Elemento chiave del singolo è la collaborazione con Gnut, artista napoletano apprezzato per la capacità di coniugare tradizione partenopea e songwriting internazionale. La sua voce, calda e avvolgente, si intreccia con quella di Cassano in un dialogo che amplifica l’emozione e arricchisce il tessuto sonoro. L’arrangiamento, firmato dallo stesso Cassano insieme ad Alessandro Sicardi, si distingue per equilibrio e cura: chitarre acustiche, percussioni delicate e il flicorno di Raffaele Kohler creano un ambiente intimo ma ricco di sfumature.
Registrato e mixato al Marte Recording Studio di Milano, Il tuo nome conferma la crescita artistica di Le rose e il deserto, già autore dell’EP Io non sono sabbia e del disco d’esordio Cocci parsi. Dopo le raccolte poetiche e i numerosi concerti in tutta Italia, Cassano dimostra ancora una volta la capacità di trasformare esperienze personali in racconti universali, mantenendo una coerenza stilistica che unisce delicatezza e forza espressiva.
“Il tuo nome” è una canzone che parla di lutto, ma anche di ripartenza: in quale momento del tuo percorso personale l’hai scritta?
“Il tuo nome” è nata nei primi giorni di gennaio del 2024: mia madre era morta da poco meno di un anno e in quei giorni del tutto inaspettatamente moriva anche Agostino Marino che oltre ad accompagnarmi al contrabbasso era per me una figura paterna. Sono state settimane e mesi molto duri per me: non posso dire che scrivere “Il tuo nome” mi abbia curato (dico sempre che è la lettura a curare, non la scrittura) però mi ha permesso di guardare il dolore con un occhio trasversale, e forse di provare a dare un senso.
Quanto è stato complesso affrontare in musica un tema così intimo senza cadere nella retorica?
Questa è una domanda cui non so rispondere. La mia scrittura è molto istintiva: quando dentro di me o intorno a me succede qualcosa che mi emoziona (pensare a mia mamma oppure vedere uno stormo di fenicotteri rosa sui cieli del mio paese in Calabria, per esempio) quasi sempre questa emozione si traduce immediatamente in uno spunto creativo (quella che potremmo chiamare l’ispirazione) e i versi vengono fuori più o meno naturalmente e con pochissimo sforzo, ed essendo. Il difficile non è scrivere i versi, ma trovare l’ispirazione giusta: quella è del tutto fuori dal mio controllo, è inutile provare a cercarla.
Gnut è una presenza importante nel panorama musicale italiano: che cosa ti ha colpito di più del suo modo di cantare e scrivere?
Ho conosciuto Claudio nel 2018: io non avevo ancora pubblicato il mio primo EP e avevo il piacere di aprire un suo concerto a Reggio Emilia. Quello che mi colpì fu la persona prima che l’artista: passammo insieme molte ore, sia prima che dopo il concerto, e lui dimostrava sincero interesse nel capire chi io fossi e cosa mi spingesse a percorrere l’autostrada da Milano a Reggio Emilia (e ritorno in nottata) “soltanto” per un’apertura non pagata. Fu in primo luogo l’incontro di due persone che si sono piaciute. Poi certo, io ero all’epoca, e sono tutt’ora grande fan di Gnut, della sua scrittura delicata ma allo stesso tempo fortemente appassionata, del suo modo di cantare cose anche molto forti ma sempre in un sussurro.
L’arrangiamento porta la firma di Alessandro Sicardi: come vi siete confrontati durante la lavorazione?
Lavorare con Alessandro è un piacere sotto moltissimi punti di vista. In primo luogo, è un professionista esemplare ed estremamente attento ai dettagli e un musicista incredibile: mi bastava dire “Ale, vorrei che suonasse più così e meno cosà” e in una sola take ottenevamo quello che avevo in mente; ci siamo lasciati la grande libertà di “perdere” del tempo facendo delle prove, smontando e rimontando le canzoni, e soprattutto dicendoci sempre molto chiaramente cosa ci piacesse e cosa no. Non bisogna trascurare però il fatto che Alessandro è un imitatore eccezionale, per cui passare ore nel suo home studio è stata un’esperienza a tratti esilarante (credo di non svelare niente di nuovo dicendo che Alessandro è in grado di imitare tutti i musicisti della scena milanese e non solo).
Nei tuoi live hai toccato città e contesti molto diversi: quanto contano i luoghi per la tua musica?
Molto. In molte mie canzoni compaiono le città che mi hanno emozionato, ma soprattutto, spessissimo, compare il mare. Ne “Il tuo nome” compare la ferrovia sotto casa mia e poi Livorno, città che amo: diciamo che è più facile scrivere e cantare le emozioni se gli si da un’ambientazione.
Oggi quali sono i riferimenti, italiani o internazionali, che senti più vicini alla tua sensibilità?
Sarò ripetitivo, ma io credo che Emanuele Galoni sia oggi la migliore penna italiana fra i cantautori. Mi piace moltissimo anche Carmine Tundo (cantante de La municipal oltre che cantautore “in proprio”) per la passionalità della sua scrittura e poi, sopra tutti, per sensibilità, discrezione, umanità, umiltà, trasparenza (potrei andare avanti a lungo): Niccolò Fabi.



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