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Anatemah: dal dialetto veneto all’improvvisazione sonora senza filtri

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Con il loro nuovo album Sambèło da ròcoło, gli Anatemah trasformano il dialetto veneto in una lingua universale, capace di mescolare jazz, elettronica e improvvisazione in maniera sorprendente. Il trio, attivo dal 2023, esplora immagini crude e simbolismi immediati, costruendo un linguaggio musicale che coniuga spontaneità e coerenza interna. In questa intervista, raccontano il processo creativo, le collaborazioni e le sfide che hanno plasmato il loro suono unico.

“Sambèło da ròcoło” prende il titolo e molte immagini dalla cultura dialettale veneta. Come siete arrivati alla decisione di usare queste espressioni e simbolismi? È stato un processo istintivo o deliberato per costruire un linguaggio universale partendo dal locale?
È stato un processo naturale, più che una scelta strategica. Il dialetto veneto per noi non è un colore folkloristico, ma una lingua che non media, che non addolcisce. “Sambèło da ròcoło” contiene già un corto circuito: l’ingenuità, la trappola, l’essere usati come richiamo. Ci interessa perché è un’immagine politicamente scorretta ma vera, sociale e psicologica. Partire dal locale ci permette paradossalmente di essere più universali, perché togliamo filtri e sovrastrutture. Non volevamo sembrare sofisticati o concettuali: volevamo essere diretti.

La vostra musica mescola jazz, elettronica e improvvisazione in modi non convenzionali. Qual è il vostro approccio concreto quando entrate in sala prove: partite da idee strutturate o da elementi casuali che si evolvono in composizione?
L’approccio è ibrido. Alcuni brani nascono come improvvisazioni pure, registrate e poi riassemblate, altri sono composizioni più definite fin dall’inizio. In sala prove convivono metodo e caso: suoniamo molto, registriamo tutto, poi torniamo sul materiale con uno sguardo quasi artigianale. Non cerchiamo la forma perfetta, ma una forma che regga il peso dell’errore e dell’istinto. La composizione spesso arriva dopo, come atto di montaggio più che di scrittura.

Nel disco si collabora con il chitarrista/produttore Frank Martino. Che cosa ha portato questa collaborazione al suono e alla dinamica del trio? C’è stato un momento in cui l’apporto di Frank ha cambiato radicalmente una traccia?
Frank è un amico prima ancora che un collaboratore, e questo ha reso tutto molto fluido. Il suo apporto non è stato invasivo, ma mirato: ha aggiunto uno sguardo esterno capace di spostare gli equilibri senza snaturarli. In alcune tracce il suo intervento ha cambiato radicalmente il peso timbrico e la direzione del brano, soprattutto nel rapporto tra materia acustica ed elettronica. È stato come introdurre un elemento compatibile ma imprevedibile, che ci ha costretti a reagire.

In molte tracce i titoli e i passaggi rimandano a figure e metafore animali (come il “sambeo”). Quanto gioca l’immaginario animale o simbolico nella costruzione compositiva e narrativa delle vostre canzoni?
L’immaginario animale ci interessa perché è immediato, pre-razionale. Il “sambeo” non è una metafora elegante, è brutale: un uccellino usato come esca. Ci riconosciamo in queste immagini perché parlano di istinto, di trappole, di sopravvivenza. Non costruiamo le composizioni “a tema”, ma spesso il titolo arriva a posteriori e diventa una chiave di lettura narrativa. È un modo per dare un volto a sensazioni sonore che altrimenti resterebbero astratte.

Progetti come Atomic Survival o Sulfuric Jazz Tea mostrano una forte componente di improvvisazione e libertà sonora. Come bilanciate nella vostra musica l’elemento spontaneo con l’esigenza di un messaggio o di una forma riconoscibile?
Non cerchiamo un messaggio univoco. La forma riconoscibile, per noi, non è una struttura classica ma una coerenza interna. L’improvvisazione è centrale, ma non è mai fine a se stessa: deve lasciare una traccia, un’immagine, anche confusa. A volte accettiamo che la forma sia instabile, che sembri sul punto di crollare. È lì che sentiamo di essere sinceri. Il messaggio, se c’è, emerge dopo, nell’ascolto.

Riflettendo sul percorso dalla formazione del trio nel 2023 fino all’uscita del nuovo album, qual è stata la sfida più grande che avete incontrato come band e come vi ha influenzato artisticamente?
La sfida più grande è stata accettare la nostra identità senza cercare di renderla più “vendibile” o definibile. Non siamo una band da tournée, non siamo famosi, e va bene così. Abbiamo trasformato questa condizione in libertà: i live stanno diventando sempre più performance, quasi delle stand-up comedy sonore, dove tutto può succedere. Artisticamente ci ha resi più leggeri e più radicali allo stesso tempo. Abbiamo smesso di chiederci dove stare e abbiamo iniziato a suonare da dove siamo.

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