Un’arena, quella Flegrea di Napoli, forse non proprio nata per accogliere il rumore e la furia del rock. Ma gli Afterhours, da sempre maestri nel piegare gli spazi alle emozioni, trasformano anche un teatro all’aperto in un rituale elettrico e viscerale, facendo alzare già dal primo brano tutti in piedi. È il “Ballate per piccole iene – Tour 2025”, celebrazione del ventennale dell’album culto che ha segnato un’intera generazione e ha ridefinito i confini del rock alternativo in Italia.
Nonostante gli anni — e gli acciacchi che la band stessa non si vergogna di portare con fierezza — Manuel Agnelli e compagni sono ancora in grado di scuotere le fondamenta di ogni palco. Lo dimostrano da subito con “La sottile linea bianca” e “Ballata per la mia piccola iena”, aprendo le danze con un impatto sonoro che ruggisce. Agnelli è incontenibile, magnetico, e nel corso della serata si spinge addirittura tra il pubblico dell’arena, rendendo quella barriera simbolica tra palco e platea del tutto inutile.
Tra i momenti più intensi del concerto spicca “Ci sono molti modi”, eseguita con Manuel al pianoforte: una pausa struggente e delicata, capace di sciogliere anche i cuori più ruvidi. In scaletta c’è spazio per l’intero universo afterhoursiano: da “La vedova bianca” a “Male in polvere”, da “Il sangue di Giuda” a “Il compleanno di Andrea”, passando anche per perle come “Carne fresca” e “Chissà com’è”.
Non manca una parentesi solista, con la sorprendente esecuzione di “Signorina Mani Avanti”, tratta dall’ultimo lavoro di Agnelli, Ama il prossimo tuo come te stesso. Il brano, inserito a sorpresa al posto di “Milano con la peste”, è accolto calorosamente dal pubblico, dimostrando quanto il percorso personale del frontman sia ormai parte integrante dell’identità della band.
E poi arriva uno dei momenti più forti della serata: il tributo a Ozzy Osbourne, deceduto purtroppo il giorno prima. Gli Afterhours scelgono “War Pigs”, classico dei Black Sabbath del 1970, dal leggendario album Paranoid. Un pezzo anti-guerra, potente e attuale Manuel sottolineerà nel corso della serata anche parole di solidarietà verso il popolo palestinese. Il pubblico esplode in un unico grande coro: “Ozzy, Ozzy, Ozzy!”. Una scena da pelle d’oca, unione autentica di nostalgici del rock e nuove leve in cerca di identità sonora.
Nel cuore del concerto trovano posto anche “Tutto fa un po’ male”, “Strategie” (che manda il pubblico in visibilio), e una più delicata (ma ruvida) cover de “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André. Il gran finale si costruisce sulle fondamenta di brani come “Lasciami leccare l’adrenalina”, “Dea”, “La verità che ricordavo” e “Male di miele”, fino all’inno esistenziale che è “Quello che non c’è”.
Il secondo encore è tutto un manifesto: “Non si esce vivi dagli anni ’80” è accompagnata da un discorso vibrante di Agnelli sulle nuove generazioni musicali, sulla necessità di esserci, fisicamente, ai concerti, nelle piazze, alle manifestazioni. Non bastano i like — servono i corpi, servono le presenze. Servono band che ci credono ancora e serve andare a votare, in speranza che le cose possano sempre cambiare in meglio. Poi è il turno di “Bye Bye Bombay”, e infine, nel terzo encore, l’intramontabile “Non è per sempre” e “Voglio una pelle splendida” chiudono una serata che sa di resistenza, di poesia urlata, di militanza rock.
Gli Afterhours restano una colonna portante della musica italiana, un gruppo che continua a dare senso alla parola rock anche quando il mondo sembra averne dimenticato il significato. Nonostante tutto, ci sono ancora — e fanno ancora male.
Nel modo giusto.
Nel modo giusto.
A cura di Stefano STRE Crispino



What do you think?