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The Nameless Ballad: quando la musica diventa il nostro demone. Il nuovo horror di Federico Zampaglione

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C’è un prezzo da pagare per il successo? E cosa succede quando la musica, da passione e forma di espressione, si trasforma in un’ossessione dalla quale è impossibile liberarsi? È attorno a queste domande che ruota The Nameless Ballad, il nuovo film di Federico Zampaglione, che torna a confrontarsi con l’horror e con quell’immaginario oscuro che negli anni ha saputo ritagliargli uno spazio riconoscibile nel panorama cinematografico indipendente. Alla sceneggiatura, accanto al regista, troviamo anche Barbara Baraldi, scrittrice e autrice che da tempo frequenta le atmosfere del mistero e del fantastico.

Al centro della vicenda c’è Sam Gallo, un musicista alle prese con il difficile compito di realizzare il suo secondo disco. Non un album qualsiasi, ma un lavoro dal quale sembrano dipendere il futuro, le ambizioni e, soprattutto, la possibilità di confermare il successo raggiunto. Una pressione che diventa progressivamente qualcosa di più inquietante, fino a intrecciarsi con una presenza demoniaca legata a un oggetto e a una storia che affonda le proprie radici in un passato lontano.

La musica, dunque, non è soltanto una componente narrativa o un semplice elemento di accompagnamento: è il vero motore della vicenda. È desiderio, ambizione, dipendenza, ma anche una sorta di maledizione. Ed è probabilmente proprio qui che The Nameless Ballad trova il suo spunto più interessante, trasformando le ansie di un artista in una metafora che parla anche al nostro presente. Un mondo in cui non basta più creare, ma bisogna continuamente dimostrare qualcosa, produrre, raggiungere risultati e possibilmente replicare il successo precedente. Una dinamica che chiunque lavori nella musica, soprattutto lontano dai grandi riflettori, può riconoscere.

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: il rapporto tra musica, droga e autodistruzione. Il film non si limita a raccontare l’ambizione artistica e il peso delle aspettative, ma si addentra anche in quel territorio pericoloso in cui la ricerca di un’esperienza estrema, l’abuso di sostanze e il rischio di overdose finiscono per intrecciarsi con la vita di chi fa musica. È un tema tutt’altro che estraneo alla storia del rock e dello spettacolo, dove troppo spesso il confine tra creatività, eccesso e autodistruzione si è rivelato drammaticamente sottile. Viene da pensare che Zampaglione abbia voluto affrontare questo argomento con una sensibilità particolare, restituendo qualcosa di un mondo che, per la sua esperienza personale e artistica, ha avuto modo di osservare da vicino.

C’è poi una scelta musicale particolarmente riuscita. Nel film ritorna infatti una composizione al pianoforte che, come ha spiegato lo stesso Zampaglione, deve essere considerata quasi un altro personaggio della storia. Non un semplice accompagnamento, dunque, ma una presenza che si insinua nella narrazione e contribuisce a costruirne l’identità. Una soluzione che riporta a una delle grandi tradizioni dell’horror: il ritorno del Tema musicale, quella melodia che diventa immediatamente riconoscibile e che, ogni volta che riaffiora, porta con sé un senso di inquietudine e familiarità. È un meccanismo che il cinema di genere conosce molto bene e che qui viene recuperato con una scelta decisamente apprezzabile.

Dal punto di vista cinematografico, Zampaglione sceglie di muoversi all’interno di coordinate horror piuttosto classiche. Il rapporto con un oggetto posseduto, il peso di una vicenda antica e il progressivo manifestarsi di una presenza maligna richiamano una tradizione che guarda soprattutto al cinema gotico e soprannaturale. In questo senso si avverte una certa familiarità con l’universo di Pupi Avati, mentre alcune sequenze e visioni oniriche sembrano strizzare l’occhio anche a Dario Argento. Non mancano, inoltre, soluzioni visive che richiamano suggestioni horror più recenti: una mano che si muove in soggettiva, per esempio, può riportare alla memoria alcune immagini del Nosferatu di Robert Eggers.

La regia di Zampaglione sa esattamente dove andare. È solida, consapevole dei propri mezzi e capace di accompagnare lo spettatore attraverso le diverse atmosfere del racconto. Anche quando la storia sceglie di percorrere strade già battute, il regista dimostra di conoscere il linguaggio del genere e di saperne utilizzare gli strumenti. Tra i personaggi, inoltre, è la storia di Imma Rubino a risultare particolarmente interessante, forse persino più di quella dello stesso Sam Gallo, protagonista del film. Il suo percorso offre infatti ulteriori spunti di lettura e contribuisce ad arricchire un racconto che non si esaurisce nella sola ossessione musicale del suo protagonista.

Rimane, tuttavia, una sensazione: The Nameless Ballad guarda molto a un immaginario horror internazionale e, al netto di alcuni riferimenti presenti nel libro antico che attraversa la vicenda, sembra mancare di quella particolare italianità che potrebbe renderlo ancora più riconoscibile. Non si tratta necessariamente di un difetto, ma di un’occasione narrativa che avrebbe potuto essere sfruttata maggiormente. È qualcosa che un regista come Strippoli ha dimostrato di aver compreso, valorizzando l’importanza di un’identità culturale e di un immaginario profondamente radicati nel nostro territorio. Chissà che Zampaglione non possa raccogliere anche questa sfida nei suoi prossimi lavori, da come si evince dalla chiaccherata fatto col pubblico dello Space cinema di Napoli, potrebbe essere un suo prossimo, necessario, obiettivo.

È un cinema che non ha paura di guardarsi indietro e che, forse, proprio nella sua classicità trova tanto la propria identità quanto il suo principale limite. Zampaglione sembra voler percorrere una strada conosciuta, senza necessariamente cercare di reinventare il genere. Il risultato è un film che conserva una propria coerenza e che porta a compimento il percorso horror intrapreso dal regista, pur senza rinunciare a qualche passaggio che avrebbe meritato maggiore incisività.

Ma c’è un momento che merita una menzione particolare e che va persino oltre il film stesso: la dedica finale a Federico Frusciante.

Una scelta tutt’altro che scontata, soprattutto considerando il rapporto tra il regista e uno dei divulgatori cinematografici e musicali più amati in Italia. Frusciante, infatti, aveva inizialmente espresso giudizi molto severi sui primi lavori di Zampaglione, senza risparmiargli critiche anche piuttosto dure. Eppure, negli anni, è stato anche tra le voci che hanno contribuito a far circolare il meraviglioso The Well, alimentando quel passaparola che ha accompagnato il film e ne ha consolidato la reputazione presso il pubblico degli appassionati.

Quella dedica assume così un significato che va oltre il semplice omaggio. Racconta la capacità di riconoscere il valore di chi, anche attraverso una critica severa, ha contribuito a costruire un percorso. In un ambiente in cui troppo spesso si confondono le osservazioni sul lavoro con gli attacchi personali, è un gesto che restituisce un’immagine bella e intelligente del rapporto tra artisti, critici e spettatori. Un piccolo momento di umanità che, inevitabilmente, arriva anche a chi ha conosciuto e apprezzato Frusciante attraverso i suoi video.

The Nameless Ballad, al contrario di The Well, non sarà necessariamente un film destinato a sorprendere tutti, ma ha il merito di riportare al centro un immaginario horror che continua ad avere molto da raccontare. E soprattutto ci ricorda quanto sia importante che esistano registi disposti a investire in un cinema di genere indipendente, personale e lontano dalle logiche più rassicuranti dell’industria.

Perché, proprio come nella musica, anche nel cinema non tutto deve necessariamente rispondere alle aspettative del mercato. A volte bisogna semplicemente avere il coraggio di raccontare una storia, inseguire una visione e accettare il rischio di non piacere a tutti.

L’horror, del resto, sta vivendo una stagione particolarmente interessante, tra nuove sensibilità autoriali, contaminazioni e un rinnovato interesse del pubblico. E in questo scenario c’è spazio anche per il percorso di Federico Zampaglione.

Viva il cinema indipendente, viva Zampaglione e, soprattutto, viva l’horror. L’augurio è che il pubblico possa rispondere andando in sala, sostenendo un cinema che ha ancora voglia di sperimentare, spaventare e, perché no, farci anche riflettere.

A cura di STRE (Stefano Crispino)

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